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(Giugno 1998) SAURO Quello che conosco delle cave di marmo, l’ho appreso leggendo o guardando documentari. Non ho mai avuto l’ardire di avventurarmi su per i canaloni e i sentieri aspri e scoscesi delle Apuane, per osservare da vicino il lavoro dei cavatori; ma non per pigrizia. Il corpo poco snello ed anche un senso di profondo sgomento che mi attanagliava lo stomaco ogni qual volta tentavo la scalata, mi hanno sempre frenato. E rimanevo a valle, delusa, cercando con gli occhi accecati da barbagli e riflessi, gli UOMINI-FORMICA che salivano in processione lungo i crinali. A stento riuscivo a vederli apparire e scomparire dietro i blocchi di marmo, agitarsi freneticamente fra i cavi e le funi, arrampicarsi a collocare mine, gesticolare nei richiami e nelle lizze. Non udivo le voci, che non giungevano a me da quella distanza. Così, immaginavo come dovevano essere quelle voci: un po’aspre, certamente, perché con le gole sempre esposte al vento, dovevano essersi arrochite. E i richiami sarebbero stati necessariamente alti, per farli udire dai compagni di lavoro! Alti, ma sicuramente brevi. In cava non si può distogliere l’attenzione per conversare. Dalla distrazione del singolo, dipende lassù la vita di tutti. E i volti, come potevano essere? Molto abbronzati e scavati dalla continua tensione. E gli occhi?… Un po’ tristi e rassegnati, avvezzi a trattenere le lacrime per le troppe vite sfiorite e sfogliatesi sul candore dei marmi, come petali di rose rosse, sbattute su di un tavolo da un’amante violata e adirata. E Dio, che dal cielo, a due passi dalle vette, allungava una mano a raccogliere l’anima di quei poveri fiori di carne, per infoltire le schiere delle sue reclute celesti.. Oh….avessi saputo usare lo scalpello e la mola! Avrei fatto rinascere dal marmo tutti quei volti e avrei ridato loro colore con la polvere dell’argilla rossa, bruciata dal sole, tentando di restituire a quelle sembianze almeno un’illusione di eternità! E avessi potuto udire le voci di quegli uomini-formica, per riconoscerle ad una ad una al calar della sera, quando essi sarebbero discesi a valle, parlottando fra loro, inteneriti al pensiero di un desco apparecchiato e di una sposa finalmente serena; mentre le prime stelle occhieggiano sulle cime e la brezza scende a spianare le fronti, aggrottate per la stanchezza. Poi, un giorno, ho conosciuto SAURO MATTEI e allora ho pensato: “Ecco il volto che avrei potuto scegliere come modello per scolpire il mio primo blocco di marmo, se avessi saputo scolpire! E la sua voce…ecco…è addirittura la voce del marmo, giunta a fatica fino a me, attraverso migliaia di venature, direttamente dal cuore delle Apuane!” Essa racconta, sommessa e un po’roca, tutto quanto appartiene a questi siti, spina dorsale della “Versilia storica”. La forza e le maestà del territorio, la saggezza acquisita nel dolore dalle sue genti, l’estenuante dolcezza dei tramonti, allorché il marmo diventa rosa e il profumo del mare raggiunge le cime più alte. A quell’ora, perfino la poesia scende dalle vette sul vento della sera e, come rugiada, si posa su tutte le cose, comprese le pietre dei vecchi camposanti. (Immagine correlata) Si, SAURO MATTEI rappresenta tutto questo: il miracolo di una montagna di marmo che si esprime attraverso la sua voce, con frasi brevi, scolpite, che hanno un loro ritmo, forte e pacato. E poeticamente descrivono, narrano, denunziano e consolano, svelandoci tutta la realtà di un mondo per me tanto inaccessibile quanto affascinante. Il miracolo, ripeto, di una poesia nella quale avevo sperato, da sempre. Alberta Rossana Bianchi (Parzialmente pubblicata nel secondo libro di Sauro Mattei – Intitolato: L’ARCO DEL TEMPO - Edit. Mauro Baroni - In collaborazione con l’Amministrazione Provinciale di Lucca.) |
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