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Ti sento e ti respiro negli effluvi d’aprile, dorati come l’onda che danza sul tuo capo. E’ palpabile questa sensazione, densa come cipria rosata in compatta custodia e so che nel tuo sguardo di palustre lichene stanno tremando pagliuzze d’oro. Non ti vedo purtroppo e tutto accade soltanto se ti penso, con quel passo ritmato su cadenze di West e di savane. E il riso trattenuto che ti allunga l’ovale e ti scava fossette sull’avorio del viso… Figlio, è come ti avessi sempre sul cuore; questo sopportabile peso che mi grava sul seno è il tuo capo sventato di legno duro, che non è d’olivo simbolo di pace… ma nemmeno pietra … perché allora - lo sento – mi ucciderebbe per il gran dolore. Figlio, è come tu fossi seduto al tavolino a guardarmi tagliare il pane quotidiano; come ti avessi sulla sponda del letto, a gambe accavallate, per raccontarmi del Vernacoliere le solite scemate. Facciamo finta che tu sia soldato, che a forza sia partito per paesi lontani e che questo tormento - che tanto dura - possa terminare. Ritroveremo il feeling che ci univa tante volte nel riso, che ci legava gli occhi ad un unico oggetto e le due voci alla stessa canzone? Ritroveremo, l’una nelle braccia dell’altro, la solita emozione? Alberta Rossana Bianchi (Immagine correlata) |
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