L'AVVOCATO DEL CA...VOLO

Luogo di provenienza. paesino del sud dal nome impossibile… A Rosita aveva dato l’idea di qualcosa che stia abbarbicato ad una qualsiasi montagna brulla, magari emergente da una striscia di spiaggia calcinosa.

Un tirocinio che lui aveva detto “acerbo”, un ventennio nell’Arma e le prime esperienze amorose acquisite a sbafo per merito della solita prostituta dal cuore tenero, che aveva preso la cotta per il solito bello–duro-giovane-povero-studente-meridionale.

Ora sta lì, sprofondato in una poltrona di pelle color cuoio nel suo studio, anch’esso abbarbicato su una scala senza identità, piuttosto buia e male in arnese, si direbbe anzi proprio squallida, a vantarsi di un titolo professionale conquistato “gon fatiga”, sbraitando parolacce nel telefono contro la cliente ingenua che insiste nel chiamarlo “Signor X”.

“Sta minghia del diavolo; mango nun ce l’avessi detto che nun me deve chiamà co’ sto’ Signòre! Sto’ titolo d’avvogato me lo so’ sudato, minghia!”

Rosita lo guarda torva dal divano, anch’esso color cuoio, (studiato per trasformazioni improvvisate con spostamento di pareti mobili, in una specie di alcova per incontri particolari), aggiustandosi una calza rimasta fuori posto per lo squillo della telefonata imprevista e riflette amaramente: “Avvocato del ca…!”

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Da quando Rosita era rimasta vedova, circa quattro anni prima, per un po’ aveva portato calzature ed abiti scuri; ed erano passati alcuni mesi prima di rifare la tintura dei capelli e la permanente.

Del resto, il suo Gino, brav’uomo, operaio e semplicione, non aveva mai voluto che lei si truccasse e si facesse i ricci.

Perciò , prima di farsi bionda e di mettere un po’ di verde sulle palpebre, ci aveva pensato e ripensato.
Però la ditta che le aveva offerto un lavoro di esazioni, conoscendone la serietà, le raccomandava sempre di presentarsi negli uffici dei clienti ben vestita e truccata, altrimenti, pallidona e male in arnese com’era, non sarebbe stata ricevuta con molta cortesia.

I professionisti, si sa, hanno la coda dei venditori e degli esattori davanti alla porta, e le esattrici, a meno che non abbiano determinate caratteristiche, vengono molto spesso garbatamente invitate a ripresentarsi in altra data.

Rosita, con i figlioletti nell’età dello sviluppo ed una vecchia madre gobbina, perennemente appoggiata alla scopa e mezza cecata dalla cateratta, non voleva certamente perdere il posto, tanto più che le prospettive di conoscere persone “bene” le facevano anche gola!

Una vedova quarantenne, bruttina ma bene in carne, con un po’ di colore sugli occhi, il capello ossigenato ed il tacchetto alto (non a spillo, però, altrimenti si tronca e addio lavoro!..)può sempre trovare qualcosa che la tolga dal grigiore quotidiano.

Tanto più che la risata facile e la battutina vispa, riusciva a ritrovarle, ora che i pianti per la dipartita del suo Gino non le gonfiavano più le palpebre spesso come prima.

In ogni caso lei usava il mascara water-proof, che non sarebbe colato anche se una musica romantica, ogni tanto, avrebbe potuto mescolare e riportare a galla ricordi commoventi!

Quando lei rideva, davanti agli amici di Gino, in sua presenza, lui poggiava il mento sul colletto della camicia, diventando tutto rosso e la guardava con un misto di tristezza e di gelosia.

Eh si, era molto geloso, e l’aveva amata con passione ma rabbiosamente, senza darle tenerezza o piacere, pur volendole un gran bene! (O almeno, lei così aveva sempre pensato!)

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La prima volta che Rosita aveva conosciuto l’Avvocato, lui era stato gentile e premuroso e le aveva danzato intorno come lo stregone di una tribù sul sentiero di guerra, arruffando le piume (di gallo) e fumando dal naso.

Questi segnali avrebbero dovuto insospettirla, però, anche se il parlare forbito e la mano piccola di lui, sembravano denotare delicatezza d’animo e signorilità.

Ma lei, quarantenne psichicamente un po’ fuori fase e sessualmente non certo in chiave con i tempi, si era detta che forse un meridionale di mezza età dall’occhio vispo , le spalle robuste, lo studio professionale e la parlata sciolta, poteva avere, nascosta da qualche parte, magari sotto il vello caprino che si affacciava dal colletto della “polo”, una piccola riserva di tenerezza da elargire in un’avventura extra coniugale.

Se poi questa tenerezza avesse voluto involtarla in carta a fiorellini dorati o camuffarla in qualche animaletto tipo peluche, senza preferenze di razza, data l’assoluta mancanza di un qualsiasi animale, anche domestico, in casa di Rosita, tipo cane, gatto, coniglio, ecc…. sarebbe stata ancor più bene accetta...

Ma il borsello dell’Avvocato, posato bene in vista sulla scrivania, aveva cerniere e lucchettini lucidi e dorati che, sicuramente, non si sarebbero aperti con facilità! E questo, Rosita, non lo aveva ancora notato!.

Invece, questa volta, la danza indiana, si era improvvisamente mutata nel ballo del toro che ha visto la gualdrappa rossa sventolare davanti al suo naso, il quale, perciò, ora fumava più che mai.

L’occhietto vispo aveva mutato espressione annebbiandosi nello sforzo mentre le spalle robuste l’avevano letteralmente schiacciata contro il divano tutto-fare ; e la parlantina si era tramutata in una sequela di parole oscene (“parlare sessualmente sano” – lo chiamava lui), mentre lei si era sentita annegare in un mare di pelo caprino, senza nessuna speranza di potersi attaccare a qualcosa che le consentisse di tornare velocemente a galla!

Oddio, qualcosa aveva intravisto che sporgeva da quel mare di pelo incatramato: una specie di cordone dondolante, forse il capo di una gomena, lungo circa un palmo, come se qualcuno dei Santi che lei stava disperatamente invocando, avesse voluto indicarle un appiglio per una possibile via di salvezza.

Ma quando gorgogliando ed annaspando a fatica, tra urli da annegata, era riuscita ad afferrare quella “cosa”, aveva capito che questa volta anche i Santi si sarebbero divertiti alle sue spalle, facendosi beffe della sua ingenuità!

Intanto ora, il suo Gino, dal lucernaio che si apriva sulla stanza semi-segreta, era già lì che la guardava rimettersi a posto le calze, indignato e tutto rosso, con il mento appoggiato sul colletto della camicia

E l’Avvocato, che aveva riattaccato la cornetta del telefono, la ringraziava scusandosi per la forzata interruzione e dichiarandosi “commosso” per la bontà delle donne che non vanno in cerca dell’amore “per interesse”.

Poi, accompagnandola alla porta, le propinava una sonora pacca sul sedere salutandola con un: “Arrivedèrla, Signòra! Ce vediamo quando tòrna, a riscuotere per la ditta, il prossimo mèse!…”

Alberta Rossana Bianchi

(Immagine correlata)





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Si parla inoltre di poesie inedite.

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