UN BAGNO FORZATO

Michele si sposava.

Dopo otto anni di convivenza, evidentemente felice, Michele aveva deciso di sposare Giuditta e, prima del matrimonio, avrebbe salutato gli amici alle ore diciotto di un torrido pomeriggio di luglio, nella più grande Galleria d’arte di Pisa.

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Lui, critico d’arte, aveva invitato tutti i pittori che conosceva, tra i quali anche Augusto e Marianna.

Marianna non aveva mai sofferto il caldo come in quei giorni.

Erano, lei ed Augusto, partiti dalle rispettive abitazioni, lavati di fresco e profumati e adesso boccheggiavano camminando lungo l’Arno, dopo aver parcheggiato la macchina all’inizio del PONTE DI MEZZO.

Ora, il sudore scendeva in rivoli dall’attaccatura dei capelli di Arianna e, attraverso l’incavo tra i seni, le scendeva giù fino alla vita, impregnandole le mutandine tutt’intorno e dandole una sensazione di fastidioso appiccicume.

Ella portava una specie di abito-prendisole semplicino, di cotone nero, con ricami vivaci a fiori rossi intorno all’orlo, lungo fino a terra e aperto e sovrapposto sul davanti; ma il vento caldissimo le spalancava la gonna scoprendo le mutandine bianche, mentre camminava cercando di tenere chiuso lo spacco con la destra e di reggere con la sinistra la borsa, come al solito molto ingombrante.

In Galleria, la moltitudine degli amici di Michele, rendeva ancor meno sopportabile la calura e lei si sedette sfinita mentre Augusto la sfotteva: “Oggi, con questo popo’ di spacco, chissà quanti te ne farai!…”

Bella gente!… Il solito vecchio Marchese, flaccido e panciuto, cantilenava i soliti complimenti alle solite belle e giovani donne presenti; e il gallerista, con la chioma leonina lunga e irsuta, camminava dall’uno all’altro ospite, tentando di intrecciare pubbliche relazioni fra tutti i convenuti.

Gli artisti avevano portato a Michele ciascuno un proprio lavoro, come dono di nozze, pertanto tutte le pareti della Galleria, erano completamente ricoperte di quadri.

Sui vassoi passavano tartine al tartufo, tartine al salmone, tartine al caviale e…spumante, spumante, spumante…

Il sudore scendeva sempre più copiosamente e Marianna , che aveva dovuto alzarsi, per evitare di bagnare la sedia, uscì sulla strada, sperando che il vento proveniente dal fiume, si fosse raffreddato.
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Macché!…
Anche Augusto era uscito dietro di lei.
“Che si fa? Andiamo a mettere i piedi in mare?”
“Che bello!” Annuì Marianna che stava soffrendo al limite della sopportazione.

Salutarono gli amici e partirono, inoltrandosi con la macchina nella pineta di Vecchiano.
Lei ammirava la campagna nell’incipiente tramonto che tingeva tutte le cose d’irrealtà

“Non eri mai stata qui?” Augusto parlava strascicando le parole con la lingua impastata per il troppo spumante ingerito, mentre agitava gli alluci allungando i piedi fuori dal finestrino.

“No, è molto bello!” Il vento ora era più fresco, sullo scollo e sulle spalle nude di Marianna.
“Facciamo il bagno?”
“Non so. Vediamo chi c’è!”

Quando scesero, sulla sabbia grossa e appiccicosa, notarono subito il cartello: PROIBITA LA BALNEAZIONE.
“E ti pareva!” Sbottò Augusto. “Tutta questa strada per niente!”

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“Io vado a bagnarmi le gambe!” Decise Marianna osservando con desiderio l’onda grossa e tondeggiante che si arrotolava sulla battima.

“Nòe..nòe!…” Protestava Augusto vivacemente. “Ti becchi un’infezione!..Andiamocene via, dai!”
E nel dire così, aveva afferrato la borsa di Marianna, iniziando la marcia a ritroso.

La donna, però, si era già diretta verso il mare, con ai piedi gli zoccoli con il tacco alto, che aveva deciso di tenere proprio per non “beccarsi l’infezione” e si stava alzando la gonna sopra le ginocchia.

“Nòe…nòe, dai, vièn via, testona! Mi sembra di parlare col mi’ figliolo piccino che un intende mai!”
Seguitava Augusto protestando.

Marianna, imperterrita, avanzava verso il rullo tentatore dell’onda, ignara che l’arenile sarebbe sceso di colpo di quasi mezzo metro subito dopo i primi passi in acqua.

Sentendosi sprofondare la sabbia sotto uno zoccolo, tentò invano di arretrare. Il tacco dell’altro si era impigliato nell’orlo della gonna e lei cadde di botto seduta all’indietro, sollevando grossi schizzi d’acqua, mentre l’onda si arrotolava sopra di lei, ammollandola completamente, testa e tutto e lasciandola letteralmente senza fiato!

Le risate di Augusto arrivarono subito, grasse e sonore e lei si unì alle risate del compagno, talmente divertita da non riuscire più ad alzare il posteriore da terra.

Augusto, che si era rimboccato le brache dei jeans ma non si voleva bagnare, non veniva a darle un minimo di aiuto e continuava a gorgogliare mentre ormai tutte le onde successive passavano spietate sopra la testa di Marianna.
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Il concerto durò un bel po’, finché la donna ce la fece a rialzarsi da sola.

Ma la sabbia grossa ed untuosa si era infiltrata nell’orlo della lunga sottana, che era diventato un’enorme salsiccia e pesava chissà quanti chili per la poveretta, che si trascinava incespicando tra le dune brulle, mentre Augusto ora cercava di aiutarla un po’ trainandola con forza con una mano e reggendo lui, con l’altra mano, la pesante borsa.

“Ho freddo!..” Si lamentava Marianna, alla guida della macchina, battendo i denti , mentre il sole si tuffava sotto le grosse onde e il rosso del tramonto lasciava spazio al viola della sera.

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Augusto, ancora sbronzo e ridanciano, non l’ascoltava nemmeno più.

Arrivata a casa, Marianna dovette mettersi sotto la doccia, manovrando disperatamente per spiccicarsi da dosso l’abito, che mise poi a bagno, dopo averne scucito l’orlo a salsiccia
e aspettò invano Augusto che aveva promesso: “Vado a prendere la bici e torno a vedere come stai.”

Intanto, si raschiava di dosso i granelli di sabbia che le aderivano alla pelle ed ai capelli come fossero incollati col mastice, tentando invano di raschiare via anche tutto quell’odore di mare inquinato che si era portata a casa.

Alla fine, sconfitta ed umiliata, si gettò sul divano letto per cercare almeno di dormire, ma non riuscì a chiudere occhio per ore ed ore….

Alberta Rossana Bianchi

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TORNARE A TERRA

Si era gonfiato il cuore
come il mare
dove sprofonda l’arenile,
dove meno
torbida è l’acqua
e fresca
mozza il respiro.

Ma bagnarsi è disagio
quando alla pelle scabra
appiccica fanghiglia.

Torniamo a terra;
e sono spiaggia brulla
schiaffeggiata dall’onda.
C’è profumo di ruta
nella notte.

Lo scirocco sussurra
e lacerato ondeggia
un velo d’ombra
sull’erba delle dune.


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