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I° PARAGRAFO Luisa si era abituata a fare un pisolino, durante lo spettacolo della sera in T.V. Di solito la destava lo stridore della ghiaia vicino al muretto di cinta , accompagnato dal latrare dei cagnolini del vicinato che di notte facevano la spia ai rari pedoni del quartiere. Poi la chiave girava nella toppa e Lui era lì, fermo dietro la porta, ad architettare chissà quale follia.. Luisa aveva il terrore che non entrasse, che tornasse indietro, come a volte faceva quando la trovava addormentata. E rimaneva immobile nell’attesa, con la gola contratta, che il testone di Anselmo facesse capolino… Allora tirava un sospiro di sollievo, quasi avesse vinto un terno al lotto… Dio, quanto lo amava!… E quando lui le diceva : “Andiamo!”- invitandola ad uscire, era assolata la notte, anche se sul gelo si stampavano i loro passi, fino al salto dei reticolati, fino al caldo delle turbine ferme nel riposo. Lei trovava l’estate nel suo modo d’andare, mentre ricalcava le orme di lui, perché non si notassero le impronte dei tacchetti dei suoi stivali, e sentiva un soffio caldo filtrare sotto il cappotto, nella parte alta del petto. Anselmo portava il maglione pesante, a losanghe, che Luisa gli aveva fattocon i ferri; poi, al ritorno avrebbe pensato lei a riscaldarlo, mentre i jeans si asciugavano sul radiatore. Luisa, che di quella falsa estate si nutriva, avrebbe cercato di riversare anche nel petto di lui quel calore che in lei diventava fiumana. “Hai le mani sempre calde!” – le diceva Anselmo – “Devi essere malata!” Ma era lui, l’unica sua malattia!… II° PARAGRAFO Anselmo trovava sempre il punto giusto per farle varcare la rete, anche se spesso lei rimaneva comunque impigliata tra le spine e lui la prendeva in giro, vedendola in difficoltà. Poi la precedeva nel capannone degli attrezzi, dove sceglieva la vanga per scavare nella sabbia bagnata. Teneva la torcia fra i denti a mo’ del pugnale della “Tigre di Mompracem”, rievocando in Luisa le letture giovanili dei libri di Salgari, e affondava la vanga con un vigore ed un entusiasmo che le davano una sicurezza ed una tenerezza infinita. “E’ il mio uomo!” – pensava Luisa – “L’uomo che da sempre ho cercato!” Lo staccio da arselle, serviva ad Anselmo per setacciare la sabbia, dalla quale affioravano, tra i sassi e la torba, i reperti archeologici che cercava. Gli brillavano gli occhi nel buio, mentre raccoglieva le antiche lame scolpite nella pietra. E con quanto amore le ripuliva, con quanta convinzione le descriveva! Per lo più Luisa rimaneva in disparte, seduta sull’argine dello stretto canale scavato dallo scarico della turbina e lo guardava in silenzio, beandosi di lui, dei suoi movimenti, di quello che lui diceva e della suggestione del luogo. A volte, uno spicchio di luna fra le canne e un riflesso sull’acqua; altre, una luminescenza soffusa, lattea ; ed una brezza appena avvertibile, un brivido sottile. Quando Anselmo trovava qualche conchiglia fossile, la gettava ai piedi di lei per fargliene dono e Luisa gradiva particolarmente quei doni, perché erano un segno della complicità che esisteva tra loro, che andava ben oltre i semplici rapporti d’amore e d’amicizia. Lei si sentiva veramente, completamente sua e, avendo rinnegato per sé ogni ambizione, trovava la felicità nel pensare soltanto a quella di lui, coltivandola ed amandola, quasi fosse una propria creatura. E quando affondava il viso fra la barba ed i capelli di Anselmo, nell’incavo del collo, sotto l’orecchio, presa dal suo odore e dalla sensazione pungente dei crini, quella era la sua ricompensa, per tutte le ore perse a studiare come e quando avrebbe potuto fargli raggiungere il culmine della sue aspirazioni. E già lo vedeva nell’Olimpo degli artisti, corona di alloro e pennello nella destra, a spruzzare di colore vivi e morti, sani ed ammalati, giovani e vecchi, tutti con lo stesso entusiasmo, acclamato da una folla osannante di discepoli (per la maggior parte di sesso femminile) a bearsi come un pascià, gonfiando il toracione come la rana della favola di Esopo. III° PARAGRAFO Quando, destatasi dal pisolino serale, la sveglia segnava già un’ora tarda e Anselmo non era arrivato, di solito, dopo una rapida rassettata agli occhi e ai capelli, Luisa saltava in macchina. D’inverno, la nebbia fitta sul quartiere e sulla via da percorrere, metteva sgomento; ma il desiderio di stare con lui era più forte della paura. D’estate, invece, era facile imbattersi in qualche nottambulo in cerca di avventure e non era impresa da poco riuscire a seminarlo, dato che, normalmente, le donne che non siano di un certo tipo, non se ne vanno in giro da sole durante la notte! Giunta nei pressi dello studio di Anselmo, se si accorgeva che se ne era già andato, la delusione le attanagliava il cuore e sentiva il bisogno di andare a cercarlo, di accertarsi che fosse a casa, che stesse bene. Quando invece la luce spiovente dal terrazzino dichiarava la sua presenza, a parte l’incognita se trovarlo da solo o in compagnia, era la felicità, il battito dei polsi. Poter rimanere in un angolo, ad osservarlo mentre lavorava, con la musica che Radio Milano mandava in onda e sorseggiando (se c’era)qualcosa di forte… Ascoltare le sue sane idiozie scuotendo la testa, nell’attesa di stringersi a lui sotto la coperta di pelo dalle mille battaglie battendo i denti, se era inverno, mentre la stufetta a gas, coadiuvata dalla puzza di vernice , mozzava loro il respiro; o quasi svestiti d’estate, mentre il chiarore delle stelle e il concerto dei grilli, accompagnavano il pulsare del loro sangue. E quando finalmente le mani forti di Anselmo erano su di lei, era l’esaltazione, il delirio. Lo stupore di sentirsi così viva, di udirsi gridare dal profondo dei visceri nell’unirsi a lui, nel lasciarsi possedere con dolce violenza. Di solito si addormentavano abbracciati ; nemmeno la musica, che lui voleva tenere alta, riusciva a tenerli desti. “Sei un cactus…. Prima le spine, poi la polpa, salda e dolce…” diceva Luisa al risveglio, rassettandogli con le dita i capelli lunghi e arruffati, accarezzandogli la barba ed il petto. “Sì…?!” Lui la guardava con aria sorniona, ormai distaccato, preoccupato per l’ora tarda: "Baciami..dai!" "No, che mi accendo di nuovo!" E Anselmo girava da un'altra parte il testone, ridendo, mentre i galli cantavano dai pollai lontani. Alberta Rossana Bianchi |
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