CHE BRUTTA FINE PER UN POETA! - CAP.VII°

Primavera 1984



Sveva guidò per tutto il viaggio di andata. Aveva indossato un abito non troppo leggero, perché il tempo minacciava di guastarsi e si era portata appresso un bel po’ di panini ripieni e di bevande in lattina, per evitare soste dispendiose in autostrada.

Invece era venuto fuori un sole cocente ed ora ella stava grondando sudore, forse anche a causa della birra, bevuta per mandare giù i panini.

La mano destra, ogni tanto, si rattrappiva sul volante, formicolando, ma Sveva si sentiva in dovere di non impegnare troppo l’amico, riservandogli la guida al ritorno, quando la macchina e il carrello sarebbero stati colmi da scoppiare.

Quando la strada glielo consentiva, ella lasciava il volante e si strofinava la mano con energia.
Ma si accorgeva che la situazione non migliorava; anzi, ora era tutto l’avambraccio a dolere in maniera strana e non rispondeva più alle sollecitazioni.

“Andiamo proprio bene!” – Esclamò Osvaldo, quando ella lo pregò di prendere il suo posto, perché non poteva guidare in centro in quelle condizioni.

La donna era sgomenta, anche pensando che egli, probabilmente, avrebbe dovuto affrontare da solo l’enorme lavoro che li attendeva, se la mano di lei non avesse smesso di fare i capricci.

E purtroppo, arrivati a destinazione, le dita di Sveva non si muovevano più, tanto che, durante la cena in pizzeria dove gli amici di Roma li avevano invitati, insieme ad un gruppetto di artisti che festeggiavano la fine dei corsi serali di pittura, dovette farsi tagliare il cibo dal marito di Angela, seduto alla sua sinistra.

Sveva mangiava, ma un malessere accentuato stava crescendo in lei, che sudava freddo e si sentiva svenire.
E non si muoveva dal tavolo, poiché , per fare questo, avrebbe dovuto scomodare una dozzina di persone che le bloccavano il passaggio, nel locale piccolo e sovraffollato.

Alla fine però, accorgendosi che non avrebbe più resistito, si fece largo, traballante, con la faccia cadaverica, tentando di arrivare alla toilette, dove successe il peggio!

Questa, infatti, sporca ed angusta, di un metro per un metro, senza altri sbocchi fuorché la porta che si apriva sull’interno, non aveva né una mensola, né un attaccapanni e nemmeno una maniglia alla quale potersi afferrare.

E, peggio ancora, non aveva neppure il water, essendovi solo il buco nel pavimento che, in questo caso era a cinquanta centimetri dalla soglia.

Sveva, che si era portata con la mano sinistra la borsetta piuttosto ingombrante e non sapeva dove poggiarla, trovò nell’anti-bagno un cestino per la carta straccia, un fragile cestino a rete, di filo di ferro plastificato.

Un aggeggio paralleloidale alto circa sessanta centimetri ; e lo trascinò dentro il gabinetto, allo scopo di posarvi la borsa ed estrarne, con la mano sinistra, le salviettine di carta.

Ma invece, il fragile cestino capovolto, dovette sostenere il peso non indifferente della donna, la quale stava per svenire e si lasciò completamente andare , inondando il pavimento con un getto di liquido maleodorante.

Mentre il terribile odore mozzava il fiato, già corto, della disgraziata che, stringendo la borsetta sulle ginocchia, pregava Dio affinché non la facesse cadere per terra.

Consapevole che, se fosse svenuta, avrebbe bloccato completamente la porta per quelli che, non vedendola tornare, sarebbero venuti a cercarla.

E restò lì, immobile, grondando sudore gelido, aggrappata soltanto alla sua disperazione, sopra quel trespolo oscillante di fil di ferro; senza riuscire a spostarsi di un millimetro, almeno per un quarto d’ora; mentre, con gli occhi a pesce morto, vedeva appena una luminescenza lattea che sempre più si oscurava.

E si ripeteva di continuo nella mente”Che brutta fine, per un poeta…che brutta fine per un poeta!”

XXX

Ogni tanto, Sveva sentiva qualcuno provare la maniglia della porta, che, chiusa dal di dentro e, bloccata per metà da lei sul cestino, non sarebbe andata giù nemmeno a spallate.

E, purtroppo, non riusciva ad emettere un filo di voce, nemmeno per segnalare la sua presenza!

“Muoio…muoio!”- Si diceva sempre più debolmente, tentando invano , in quella posizione, di rimediare almeno in parte, con la sinistra, a tutto quel disastro.

Osvaldo non si era mosso. Continuava a mangiare e bere senza preoccuparsi minimamente per la sua assenza.
Fortunatamente si mosse Angela, spaventatissima quando trovò il gabinetto chiuso e nessuno che rispondeva ai suoi allarmati richiami!

Alla fine, con una voce che sembrava arrivare dallo Stige, la povera Sveva ce la fece, a monosillabi, a comunicare la sua disgrazia.

Prima che potesse alzarsi in piedi, passò un altro quarto d’ora, mentre Angela, fuori, cercava di confortarla e sostenerla con il calore del suo affetto, manifestandolo con strilletti premurosi e frasi d’incoraggiamento.

Poi, come Dio volle, Sveva uscì dal loculo, gialla come un morto e odorosa come un campo appena concimato in modo tradizionale, cioè col “perugino”, come lo chiamavano dalle sue parti.

Quando in sala da pranzo la videro apparire in quello stato, ella lesse un dispiaciuto stupore negli occhi dei commensali.
Osvaldo, invece, sembrava soltanto scocciato.

“ Sei quella che rovina sempre tutto!” – Bofonchiò mentre gli amici li accompagnavano a casa loro, per mettere a letto la donna che ora, a poco a poco, stava riprendendo colore.

Angela la aiutò a spogliarsi, lavarsi e indossare la lunga camicia da notte azzurra, che la copriva fino ai piedi ; mentre l’amico sistemava la sua roba sopra un divano letto preparatogli dai due premurosissimi sposi.

“Guardala, Osvaldo, com’è bella questa donna , in azzurro..”- Esclamò Angela , cercando di risollevare il morale di Sveva, raggomitolata sopra la coperta.

“Sembra un cumulo di cielo…un grande cumulo di cielo…caduto sul mio letto!”

“Mh…mh…” – Muggì Osvaldo che, accusando un gran mal di gola, s’infilò subito sotto le lenzuola e si mise a dormire.

“Stavolta è proprio finita!…Senza scampo…!” – Pensava Sveva mentre, il giorno seguente, a tarda sera, scaricava le ultime cose dal carrello, pieno di bozzi e quasi sfondato per il grave peso!

Osvaldo se ne era andato, senza darle nemmeno un piccolo bacio su una guancia, nero ed arruffato più che mai e sfatto dalla stanchezza.

Ed ella, mentre sistemava nel Club i trofei portati da Roma, trovò i versi adatti ad ultimare la poesia che aveva cominciato a comporre durante il viaggio con Giovanna, attraversando la meravigliosa campagna dell’Umbria.

Afferrò un fogliettino spiegazzato e si mise a scrivere, con la mano sinistra:
“Tornerò con medaglie, con onore, / e forse un grande vuoto / nelle tasche del cuore.”

XXX

Durante l’intero periodo in cui Sveva stette male, con la mano irrigidita dall’artrosi,
Osvaldo non si fece più vedere.

Invece, in una bella mattinata di sole, si rifece vivo il Lepre, con una cartella sotto braccio, colma delle sue creazioni .
Fotocopie in bianco e nero, su cartoncini di cm. 35 x 50, che voleva commentare insieme a lei, quel giorno piuttosto indaffarata a montare una mostra nella galleria.

Così, per assicurarsi il suo interessamento, Morty le offrì di pranzare con lui in un posticino caratteristico verso le Apuane, dove, - disse – si potevano fare spuntini eccezionali.

Lungo il percorso, fece una sosta in collina e volle che Sveva guardasse quel materiale al quale egli teneva tanto, anche perché, - così affermava –avrebbe potuto valutare il quoziente di intelligenza della donna…

Erano composizioni piuttosto interessanti, ancora prevalentemente erotiche o che riguardavano il cibo; montagne di cibo, nei contenitori dei supermercati o nei piatti di portata. E dolci, tanti dolci, adorni di canditi e ciliegine.

Sveva cercava di consigliarlo in maniera costruttiva, sull’uso degli spazi e sull’opportunità di come e quando aggiungere il colore, che – ella pensava - , avrebbe reso quelle immagini molto più efficaci.

Apprezzava soprattutto la novità di aver saputo ottenere effetti speciali, appoggiando direttamente alcuni oggetti tra il vetro della macchina fotocopiatrice in movimento e il foglio della carta da stampare.
Tipo fette di salame, pezzi di stoffa, cravatte, trinati o oddirittura , un’intera camicia con i volants!…

Ed ecco che lui, ad un certo punto, tira fuori dalla cartella un’altro cartoncino affermando: “Fino a questo momento mi hai detto delle cose da persona intelligente.

Ora, però, scommetto che questa cosa non la capirai,… non la potrai capire proprio. Nessuno è riuscito a dirmi come ho ottenuto questi effetti particolari, quale oggetto ho messo tra il foglio e la fotocopiatrice per avere questo tipo di striature chiare sul nero, un nero però… che non viene dal nero… ma da un altro colore…a chiazze!…

Beh…io ti ho messo sulla strada…vediamo un po’ quanto sei intelligente!..”

E stava lì, a fissare la donna, ridacchiando.
Sveva osservava attentamente la fotocopia, girando e rigirando il cartoncino per vedere bene la “cosa” da angolature diverse, pensando che egli avesse usato del materiale grumoso, che però non poteva essere catrame con qualcos’altro dentro, perché il catrame è già nero, ma un materiale appiccicoso…di un altro colore…

E disse, quasi subito e con indifferenza: “Per me, hai usato dei peli o dei capelli appiccicati su qualcosa di raggrumato, magari rosso…” – E si interruppe, spaventata da un’immagine che le stava passando improvvisamente per il capo…

Stava ricordando, con terrore, le mutilazioni del pube delle ragazze uccise dal mostro di Firenze, a partire dagli eccidi del 1981...

Il Lepre che, nel frattempo era diventato paonazzo, le strappò quasi con violenza il cartoncino di mano, fissandola in maniera molto strana…


“L’ho sempre pensato che tu fossi intelligente…l’ho sempre pensato!…”
E, velocemente, si rimise alla guida silenzioso, per un po’, meditando chissà cosa…

XXX

Dopo il pasto, durante il quale egli aveva mangiato e bevuto abbondantemente, rimpinzandosi di cipolle crude sott’aceto , cibo che sembrava gradire più di ogni altro, riprese a parlare, guidando lungo la strada del ritorno, raccontando le sue esperienze con nuovi amici ed i suoi rapporti sessuali, strani e complicati, come sempre.

“Sai, a Z, in casa, mi vesto spesso da donna…Ho le scarpe “ballerine”e una camicia tutta d’oro, proprio da puttana .
La mia amica Giulia, mi dipinge le labbra e mi appunta i fiori dietro le orecchie…

Però era molto ansioso…Dovendo orinare, prima di inoltrarsi nella boscaglia, prese da un sacchetto che teneva in macchina uno dei suoi stivaletti multicolori, dicendo di aver paura di “andare nel bosco da solo”.
Poi, da lontano, lo lanciò contro la macchina, cogliendo di sorpresa la donna che gridò:
“Sei proprio da legare!”

Lungo i tornanti della discesa dalle Apuane, continuò col dire:
“Il cibo mi piace soprattutto per i colori, particolarmente i dolci, che sono molto sensuali.
A me piace che le donne mangino molti dolci, che si rimpinzino di dolci…
La mia amica è ingrassata a furia di dolci. Glieli ho comprati io .
Li comprerò anche a te.

Però, non devi vestire in modo così banale e quel rossetto che metti non va bene. Te lo comprerò io un rossetto, ma rosso…proprio rosso..non quel colore di merda che ti sei data!

Così non sei sexi! Ti vedo troppo quieta. Tu non sei alienata. ..te ne stai lì, sorniona come una leonessa…grande e tranquilla…Potresti essere anche una tigre…come la mia amica… ma le tigri sono più feroci…

Tu sei una cosa di mezzo, forse una grossa gatta, ecco…una gattona…sì sì, proprio una gattona…Però truccati…eh…truccati!

Sveva rifletté che anche Osvaldo, molte volte le aveva detto di non trovarla sexi , ma perché era “troppo di tutto” .
“Sei troppo grassa, troppo allegra o troppo triste, vuoi le cose troppo grandi, fai troppo da mangiare…” e così via…
Però lo diceva in maniera piuttosto offensiva…e non la chiamava “gattona”…

“Devi gettare questo vestito, non mi piace proprio!…”Continuava il Lepre sempre più agitato….Infine, affacciandosi al finestrino, cominciò ad inveire verso i pedoni che, sul ciglio della strada, tutta curve e in pendio, rallentavano l’andatura per lasciar passare la macchina:

“Merda…stronzo…guarda che faccia di coglione…! Tutta questa gente anonima e insignificante!..Io non sarò mai come loro…Anche tu devi essere diversa…! Per me devono esistere solo i geni…solo i geni come me!….”
E Sveva era molto scocciata, anche se non glielo dava a vedere…

Tornarono a pomeriggio inoltrato, incrociando Osvaldo in macchina, che finse di non vederli.

La donna cominciò subito a lavorare in galleria salendo e scendendo in continuazione la scaletta a pioli mentre Morty, seduto in terra sulla mouquette a gambe divaricate, le ripeteva all’infinito: “Ma come sei brava…ma come sei intelligente…Avrei proprio bisogno di una come te, energica, volitiva..”

E in quella posa, con la voce cantilenante, pareva un bambinello stanco che ripetesse tante volte, per castigo, il compito sbagliato a scuola.


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Si parla inoltre di federico.

I MOSTRI A QUATTR'OCCHI (Introduzione) | I° CAPITOLO - UNO STRANO INDIVIDUO | CAP. II°- UN BAMBOLOTTO DI SEGATURA (Cap. II° - Un bambolotto di segatura ) | CAP. III°- VENEZIA - ED ALTRO (Cap. III°- Venezia - ed altro) | CAP. IV° - IL RITORNO DI OSVALDO | CAP. V°- PROFONDO ROSSO (Cap. V° - Profondo rosso) | CAP. VI° - TEMPO DI VIAGGI | CHE BRUTTA FINE PER UN POETA! - CAP.VII° (Che brutta fine per un poeta! -Cap. - VII°) | CAP.VIII° - IL COLLARINO DI PLASTICA ROSA (Cap.VIII°- Il collarino di plastica rosa) | CAP. IX° - I DUBBI DI SVEVA | CAP. X° - LA VENDETTA E LA CONSAPEVOLEZZA (Cap. X° - La vendetta e la consapevolezza) | CAP. XI° - IL NUOVO ECCIDIO DEL MOSTRO | CAP. XII° - SOLUZIONI AMARE | CAP. XIII° - L'INCONTRO CON GIULIA | CAP. XIV° - RIFLESSIONI - E VENNE NATALE (Cap. XIV° - Riflessioni - E venne Natale) | CAP. XV° - COSE DA PAZZI ! | CAP. XVI° - PERIPEZIE IN TOSCANA | CAP. XVII° - LA MOSTRA DI MORTY | CAP. XVIII° - COLPO DI GRAZIA (Cap.XVIII° - Colpo di grazia ) | CAP. XIX° - UN FATIDICO SETTEMBRE | CAP. XX° - UN' ALTRA GATTA DA PELARE (Cap. XX° - Un'altra gatta da pelare) | CAP. XXI ° - CAMBIO DI FAVOLA E SCAMBIO DI RUOLI (Cap. XXI° - Cambio di favola e scambio di ruoli) | menù principale
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