CAMBIAMENTI - LA FAMIGLIA

AREZZO – 28 MARZO 1960

Carissima Ghiga,

ti scrivo in fretta.
Il direttore della Galleria mi chiede foto delle opere per farle pubblicare sui giornali; ora tu vai al cassetto centrale della scrivania di camerina, dove c’è un portafogli ripieno di foto di paesaggi: prendile tutte e spediscile al più presto all’indirizzo della Galleria.

Fai un plico raccomandato come stampe.
Ti prego, fallo subito!

Qui piove a dirotto, ma mi sono sistemato in albergo di seconda categoria.
A mangiare vado da “Cecco”e ci sto abbastanza bene

Penso già a te con infinita nostalgia e ti prego di non tenermi in apprensione con le pulizie e la scala solita…..

Cerca di distrarti; vai spesso da Marchino e parlagli del “nonno”, che gli vuole tanto bene.

Oggi è uscito subito un bell’articolo sul “Mattino”, poi lo vedrai quando verrò.
Ma ne usciranno ancora, su “La Nazione “ e sul “Mattino……………………..
…………………………………………………………………………………

Tuo VUBI


AREZZO – 6 APRILE 1960 – (Cartolina postale)

Cara Ghiga,

sono stato invitato per una mostra personale di 10 giorni a Montevarchi, con inizio da
Domenica pomeriggio.

Non sarò a casa prima di Lunedì prossimo.
Stasera c’è l’inaugurazione e poi ci sarà un incaricato del Circolo di cultura (sede della mostra).

Non spero niente! E…forse, non guadagnerò niente.
Pazienza!
Stammi bene ed arrivederci a presto!

Baci…VUBI



LETTERA DA GROSSETO – 03/02/1962

Mia cara Enrica,

sono arrivato a Grosseto con un freddo da polo nord.
Appena disceso dal treno - comodo e caldissimo – ho trovato un vento siberiano che tagliava le carni come una lama di rasoio.

Grosseto è una città battuta dal vento e la gente corre per le strade come i cani, con la coda tra le gambe, bestemmiando.
Ho trovato subito il solito albergo “Maremma” e ci sto bene e caldo.

Nicosia è stato molto gentile con me; ha la macchina e mi trasporta dove voglio.
Ora è sposato ed ha un figlio di sei mesi. (Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino)
Ricordi quella bionda che ti descrissi dopo la mostra di Montevarchi e che andammo a cena insieme?

Ha dovuto sposarla; un infortunio.
Però sembra una ragazza intelligente. Si vogliono bene, pure.
Hanno messo su una discreta galleria e fanno l’antiquariato.

Sono in mezzo a sedie sgangherate, a cassettoni tarlati, a brocche sbocconcellate; c’è aria di muffa e di polvere ed i miei quadri ci stanno malissimo.

I muri sono tinteggiati in giallo: assorbono la luce (tutta) ed i quadri si vedono neri anziché bianchi.

Di gente, durante il giorno ne viene poca, oserei dire “niente” e l’attività della mostra si svolge dalle 16 alle 20.

Ieri sera ho inaugurato con poche persone; però i quadri piacciono e sono stato complimentato……………………………………………………………………

Lavorare non è possibile: fuori si gela ed in galleria non c’è il riscaldamento.
Ho fatto già qualche amicizia con pittori e scultori, ma tutti sono dell’opinione che a Grosseto non è facile vendere.
C’è anche un Maresciallo dei Carabinieri che dipinge da professionista.

Di mente sto bene e mangio fin troppo. Tu come stai?
Rossana e Marco?
Son due giorni che sono distante da voi e mi sembra un secolo! Abbiatevi cura e siate forti; è necessario: quando ritorno dovrete sostenermi, ché sono giù, un po’ depresso.
Ce la farete a tenermi in piedi?

Bevo acqua minerale ma non riesco a smorzare l’amarezza “di essere pittore” e di far così poco per voi!
Vorrei esservi tanto utile, miei cari, ma come fare?

Sono nato male, disgraziato: stamani, in galleria, ho urtato in un servito antico e l’ho mandato in frantumi. – Anche quello ci voleva!
Non me lo faranno pagare, menomale!

Vi penso con tanto affetto;
ti penso, cara Ghiga, con tutta l’anima, perché tu sei buona e sai comprendermi. Baci per tutti e cerca di stare in salute –

Tuo VUBI.





VIRGINIO BIANCHI espone al “Centro delle Arti” – Piazza S.Michele – GROSSETO

PRESENTAZIONE - Scritta dal Direttore GIOVANNI NICOSIA

Pittura di un solitario è questa di Virginio Bianchi.
Il suo giro d’orizzonte spazia lungo le plaghe della Lucchesia (Virginio Bianchi vive a Massarosa) e potrebbe così apparire circoscritto a emozioni paesaggistiche di determinati luoghi.

Ma Virginio Bianchi è anche un poeta e ciò che sente sa trasformarlo in accenti di universale linguaggio;
per cui queste dolci colline, questi verdi pascoli, questi cieli limpidi o corruschi, queste acque stagnanti o lievemente increspate dalle brezze, vanno al di là di ogni localizzazione di spazio e di luogo e si idealizzano in un immemore tempo nel quale gli uomini si potranno sempre incontrare in comunione di sentimenti.

Virginio Bianchi realizza il suo mondo interiore in espressioni di un post-impressionismo aereo e luminoso, dalle pennellate secche e precise, sebbene libere e istintive.

Caratteristica del suo stile è la leggerezza con la quale sa raccogliere momenti emozionali di un ambiente , di un’atmosfera.

Ma questo affidarsi all’emozione di un lasso di tempo relativamente breve, se da un lato dà a Bianchi la possibilità di creare con spontaneità e freschezza, dall’altro può costituire il pericolo
di una costruzione labile e priva di appoggio e sulla quale è impossibile tornare sopra.

Bianchi ne è consapevole; e, a parte il fatto che confessa di distruggere molto di ciò che dipinge, sa dove e come puntare i pilastri della sua arte, a ciò sospinto dallo studio severo e dalla lunga esperienza:
il taglio delle inquadrature che lasciano sempre immaginare una realtà che non finisce nella focalizzazione momentanea, la sintesi dei tratti essenziali, un cromatismo che si giustifica in un’astrazione di lirico contenuto, l’eliminazione della ricerca degli effetti cui la tecnica impressionistica tende spesso fatalmente.

Le opere migliori sono senza dubbio quelle in cui Virginio Bianchi tratta gli acquitrini, i ruscelli, i laghi. E’ un pittore che ha una particolare predilezione per le acque.

Notevole per vibratile profondità “Mattino d’agosto”, per impostazione tonale “Peschi in fiore”.
Luminoso e costruito con maestria “Pollo spennato”, pregevole per tattile plasticità “sera sullo stagno”.


GIOVANNI NICOSIA




1964 - 1970


(Immagine correlata)

Dopo il 1964, la pittura di Bianchi, in continua evoluzione, volge ad una definitiva libertà da ogni schema, ad una estrema sintesi, all’espressione di sé, del suo io più profondo.

Rivisita le sue vecchie opere, trasformandole, lavorando incessantemente, sciabolando con il pennello in una desiderata e raggiunta “felicità del dipingere”, creando con pochi ed ampi gesti un “Tramonto sul mare” o esplosioni di “Girasoli”, o fuochi d’artificio di “Giunchiglie” azzurre e folate di vento tra i canneti in “Prima del temporale”.
(Immagine correlata)


Ormai non è più, come qualcuno lo aveva chiamato agli esordi, un “pittore del piccolo formato”.
Il suo pennello corre su ampi spazi, aldilà dell’immagine, rivelando un mondo forse fino a quel momento ritenuto irraggiungibile dall’artista medesimo.

Ma è destino che Virginio non possa godere per molto della libertà e della felicità così duramente raggiunte.
Il diabete che, come già avevamo detto, si era sommato ai suoi molti malanni, quasi improvvisamente si aggrava, lasciandogli solamente due decimi della vista.
(Immagine correlata)


E allora lui, già daltonico, strabico, impedito dagli acciacchi nello svolgimento delle quotidiane necessarie mansioni, sopravvissuto a due guerre, alle persecuzioni fasciste e tedesche, alla fame e a mille delusioni e incomprensioni, ora à veramente distrutto.

Cerca di lavorare con la lente d’ingrandimento, ma senza riuscirvi.
Si sfinisce nei tentativi di realizzare qualche immagine, di dar vita a quei sentimenti che non sa più come esprimere.

Anno 1969

Forse, l’unica consolazione di quest’ultimo tristissimo periodo. è rappresentata dai due nipotini;
Marco, di dodici anni, che il nonno adora, e Simone, di pochi mesi.

Virginio è molto tenero con loro, ed anche con la figlia, che egli va spesso a trovare, a Lucca, riempiendole la casa di regali.
Ma, nel mese di novembre, muore improvvisamente il fratello Giuseppe, lasciando in famiglia, oltre ad un immenso dolore, molti problemi legati all’eredità della casa paterna.

Dopo solo cinque mesi, un altro lutto: il cognato Bernardino Massaria, marito della sorella di Enrica, con il quale Virginio aveva ottimi ed amichevoli rapporti, muore anch’egli all’improvviso.

Questi durissimi colpi da sopportare, riducono Virginio senza più stimoli, senza parole.
Egli sta per ore rinchiuso nel buio di una stanza e ingoia tanti di quei medicinali da non avere più la forza di stare in piedi.

La moglie e la figlia tentano invano di rincuorarlo. Riescono soltanto a convincerlo che, almeno per festeggiare la Pasqua, sarebbe bello stare tutti insieme a Lucca, a pranzo con i nipoti;
cosa che, in tanti anni, egli non ha mai voluto fare, per quel vecchio rancore contro il genero che non gli è entrato mai in simpatia.

E, per il giorno della Pasqua 1970, Virginio ed Enrica sono a casa di Rossana, felice di quest’ultimo dono che il padre ha acconsentito di farle.
La tavola è veramente “da festa grande” ed il cibo è squisito.
“Per un giorno, nella vita, non pensiamo ai malanni!”

E il nonno gioca con il piccolo Simone, vivacissimo, chiamandolo “burattino…burattino mio!…”
e si abbuffa su ogni portata, elogiando la figlia alla quale dichiara che non avrebbe mai pensato potesse diventare “tanto brava”.

Prima di ripartire, viene scattata una foto di gruppo nello stretto corridoio del piccolo appartamento: i nonni, raggianti, con i due bambini.
(Immagine correlata)


Che bello che tutto si sia risolto in perfetta armonia! Mai, negli ultimi anni, Rossana aveva visto il padre così felice e rilassato!
Ed ora spera ardentemente che, da quel giorno, lo stato di salute di lui possa cambiare in meglio.

Poco tempo dopo, invece, il 25 aprile 1970, Virginio lascia questo mondo nel giro di mezz’ora, alle 9, 30 del mattino.

La moglie, non ce l’ha fatta a tornare dalla farmacia in tempo per fargli inghiottire il farmaco che avrebbe potuto salvarlo.

Sul rullo della macchina da scrivere, rimane una lettera straziante di Virginio, colma di errori, che testimonia la sua incapacità di sopravvivere senza la ricchezza della vista, privo dell’aiuto della pittura.

Ma egli, nella morte, sorride. Un sorriso quasi ironico.
Come quando, seduto sulle panchine in piazza del Comune, studiava i passanti per farne la caricatura.
Come volesse far capire ai suoi cari che egli ora è sereno e finalmente in pace.

Sui cavalletti, alcune opere incompiute e, nelle casse di legno dello studio, coperte da tendoni di juta spruzzati da mille colori, tutti i suoi “bozzetti ad olio” che mai aveva voluto vendere.

E tanti splendidi acquerelli, preparati da tempo per la mostra che avrebbe dovuto fare di nuovo a Palermo.
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