CAP. III°- VENEZIA - ED ALTRO

Settembre ' 83




Di Osvaldo, l’uomo che amava, Sveva era riuscita ad avere sporadiche notizie.
Era da poco rientrato da un viaggio che per lui aveva dato esiti favorevoli e lo aveva appena intravisto un paio di volte, per strada.

Poi, una sera, nella quale i soci del Club avevano organizzato una festa di “Addio all’estate”, con musica e ballo, egli era stato presente, senza rivolgerle una parola .
Ed aveva ballato con tutte le donne disponibili, fuorché con lei.

La cosa l’aveva mortificata fin nel profondo e non poteva capacitarsi come egli potesse mostrarle tanta indifferenza!

Sveva era ottimista e generosa, sempliciotta e rotonda.
Era ingrassata un po’ per volta: ogni anno qualche chilo in più, anche se non si poteva certo dire che facesse una vita riposata e tranquilla!

Amava molto gli artisti e cercava di favorirli, sacrificando loro molto di più di quanto avrebbe dovuto.
Ad Osvaldo aveva regalato, con allegria, tutta la propria esperienza e molto tempo, forse fin troppo.

Con lui era riuscita a portare a termine imprese che avevano deciso insieme, alle quali insieme avevano lavorato, con energia ed entusiasmo, ambedue carichi di una vitalità
enorme e travolgente che riusciva, quasi sempre, a coinvolgere chiunque avesse modo
di frequentarli.

Ora, senza il suo aiuto, Sveva era come sperduta…Si era abituata ai suoi modi rudi e sbrigativi, che nascondevano però una grande dolcezza ed una profonda umanità.

Fra loro c’era uno speciale feeling, avvertito anche dagli estranei, i quali, spesso, li scambiavano per una coppia di coniugi. Una coppia apparentemente molto affiatata che portava dovunque una ventata di simpatia.

Lui, piccolo e scuro, con le spalle larghe e barba e capelli irsuti ed arruffati;
lei, altrettanto piccola e così pienotta, chiara di pelle e bionda, vestita in modo piuttosto eccentrico ed appariscente, non sempre adatto alla sua figura!

Sveva ripensava spesso a tutte le situazioni divertenti ed emozionanti che si erano create, ogni qual volta erano usciti insieme, specialmente agli inizi della loro relazione, quando ancora gli interessi di lavoro e la gelosia non offuscavano minimamente la contentezza di ritrovarsi; ed ancora potevano dire e fare le cose più strampalate, senza che fra loro scoccasse quella scintilla di astio che da qualche tempo ne aveva guastato i rapporti.

XXX

Con Osvaldo, d’inverno, Sveva si era recata a Venezia.
Per tutta la vita aveva desiderato di visitare questa città; un bel sogno non ancora realizzato.

Osvaldo, da vero artista, era ottimo osservatore e compagno fantasioso.
E Sveva, felice di essere con lui, era certa di poter gustare completamente la gioia di scoprire tutto quanto ci fosse da vedere, odorare ed ascoltare.

Infatti, avrebbe ottenuto il massimo da questa esperienza così coinvolgente, tanto da suggerirle una lunga poesia, carica di emozione e di mistero, di felicità e rimpianto.

Erano arrivati in treno, mentre il tramonto sovraccaricava di oro rossastro le cupole e le guglie di tutti gli edifici.

I colombi disegnavano ellissi biancastre nel cielo, appena mosso dalle nubi.
Era spiovuto da poco ed ancora le calli erano ingombre delle pedane di legno per i pedoni.

Nonostante questo, Venezia fu subito l’amore, quello con la A maiuscola .
Amore di anima e di carne, in perfetta simbiosi, in sensuale sinfonia di accordi,
in un crescendo di poetico, totale abbandono, nell’atmosfera romantica e decadente del luogo, densa di muffe e di splendori.

Sveva, all’arrivo, appena uscita dalla stazione, aveva pianto.
Uno sfogo di breve e convulsa felicità, identico a quello di alcune giovani spose alla prima notte di nozze, tanta era la commozione che in lei traboccava nel sentirsi finalmente appagata, da quell’incontro carico di magìa.

E la città era diventata subito SUA, in ogni più recondito anfratto, in ogni vicolo e pietra.

Osvaldo, divertente come di solito, l’aveva accompagnata a scoprire l’arte di costruire le maschere che riempivano le vetrine.
Erano stati a teatro, in giro sul battello ; e si erano specchiati insieme negli antichi pozzi, al centro delle piazze deserte, mentre il nevischio arrossava loro il volto.

E, quando si erano seduti a riposare sui gradini degli attracchi delle gondole, i gabbiani, stridendo, avevano eseguito volteggi propiziatori sopra di loro.

Una sera, poiché egli aveva finto di spingerla dentro un canale,
ella aveva gridato; ed il grido, frantumandosi, era riecheggiato sotto le volte marmoree dei palazzi in un crescendo di vibrazioni.

Erano rimasti fermi ad ascoltare, pensando che qualcuno si sarebbe affacciato a spiare dai vetri delle altane.
Niente e nessuno. La città sembrava essere tutta per loro, novelli Arlecchino e Colombina, sperduti nell’eternità delle memorie di secoli.


Ma, all’atto del ritorno, una sorta di presentimento aveva avvertito Sveva che simili attimi si vivono una volta soltanto.

Ora, ella doveva tornare a Venezia e, purtroppo, sarebbe andata sola ed amareggiata, consapevole di non poter ritrovare l’incantesimo di quei giorni.

XXX

Infatti partì, con una grande valigia carica di rimpianti, senza riuscire, da sola, a concludere niente di positivo.

A Venezia, trovò il prof. Piccinni ed altri amici, con i quali parlò a lungo anche di Osvaldo e di Morty.
Girellò a lungo per le gallerie d’arte e fu ospitata gentilmente e con generosità.

Ma qualcosa si era spezzato, dentro di lei, che si sentiva come curva e svuotata.

L’ultimo giorno della sua permanenza, mentre stava pranzando in un ristorante sul Canal Grande in compagnia dei Piccinni, passarono gondole di anziani turisti stranieri, i quali, accompagnati dal suono delle fisarmoniche e dalla voce di tenori ormai quasi fuori uso, si beavano, proteggendo dal sole i volti grinzosi con grandi cappelli di paglia di Firenze.

Lo spettacolo, contribuì a deprimerla ancora di più.
“Ecco..” – si disse – “Io mi sento già così…una vecchia carampana senza vita!..E così sarà per sempre, da ora in poi, se Osvaldo non tornerà a colorare i miei giorni e le mie notti!”

Il ricordo dell’episodio con il Lepre non serviva certamente a rallegrarla, anzi, ogni volta che aveva pensato a lui, aveva provato sensazioni angosciose.

Sapere che nel frattempo, a Z , si faceva pestare a sangue da qualche pazza pervertita, le dava quasi un senso di colpevolezza !

“Povero ragazzo…pure provava piacere a starmi vicino! Chissà quali contrasti, quali dissensi, dentro quell’essere così doppio, così contorto!”

E si chiedeva se i genitori fossero a conoscenza del genere di vita che il giovane conduceva.
Le pareva strano che un padre e una madre non avessero notato lo stato preoccupante in cui si trovava.

“Forse saranno troppo vecchi!” – concluse.

Pure Sveva, figlia unica come il Lepre, era nata da genitori anziani, i quali, anche se istruiti ed abbastanza emancipati, non comprendevano le necessità ed i problemi di quella loro bambina, allora pallida e smunta, venuta su piena di complessi e di falsi pudori.
Aveva poi imparato da sola, pagando sulla propria pelle, come non uscire sconfitta da ogni esperienza, da ogni battaglia.

Il suo spirito si era irrobustito di pari passo con il fisico; e se ella ultimamente si era sentita abbastanza protetta, come se intorno a lei si fosse formata una specie di corazza,
era cosciente di averlo meritato, per quando aveva dovuto subire e masticare.

Ma, evidentemente, Osvaldo era riuscito ad infilarle qualche spina tra la corazza e la pelle, se ora Sveva avvertiva un tormento che, dall’esterno, difficilmente si sarebbe potuto notare.

Anche il Lepre, infatti, forse l’aveva scambiata per una “signora” benestante, magari un po’ annoiata, che si dedicava all’arte per passare il tempo o per trovarsi amici giovani e divertenti…

In realtà, erano poche le persone che sapevano cosa si nascondesse veramente dietro il sorriso aperto ed il volto a luna piena della donna.
Quante sofferenze e dispiaceri, dietro un comportamento quasi ingenuo e svampito!

Fortunatamente però, Sveva aveva un’ancora, un appiglio, costituito da uno spiccato senso dell’umorismo ed in più un gusto quasi “pagàno” della vita, della quale sapeva cogliere ogni sfumatura, “per farne ghirlande , più o meno colorate e profumate da appendere alle porte del sentimento”.

Queste parole aveva scritto di lei e della sua produzione poetica, una carissima amica, donna meravigliosa, la quale era per Sveva un modello di virtù, difficile da imitare perché troppo vicino alla perfezione che, come tutti sanno, non è di questo mondo.

Forse, per questo, l’amica di nome Luisa, stava combattendo quotidianamente con la morte una battaglia senza speranza ; ma che sarebbe stata lunga e difficile pure per la vecchia ossuta megera armata di falce, avvezza alle facili prede ed ignara che , fra gli umani, esistano creature abbarbicate alla vita con radici tanto salde e profonde, da non temere né falce né zappa…

E che solo l’usura spontanea del donarsi, sempre e dovunque, può riuscire a distruggere, mai però definitivamente.

Qualcosa di loro rimane in eterno: un’essenza impalpabile, un profumo sottile, un fremito appena avvertibile, come il palpitare del cuore di un passero o di un feto da poco concepito, che debba ancora crescere…


XXX

Appena rientrata al Club, Sveva organizzò un paio di manifestazioni piuttosto importanti, sicura che, prima o poi, Osvaldo si sarebbe fatto vivo.

Frattanto il Lepre aveva telefonato che presto sarebbe venuto a farle una visitina e, una sera che Sveva era impegnata per la presentazione di un libro ed il Club era affollato di gente, la chiamò di nuovo per preannunciarle il suo arrivo.

Ella si sentì arrossire violentemente per tutte le sconcezze sparte ad alta voce nel telefono ; sconcezze che parevano uscire più dalla bocca di un bambino dispettoso e perverso, che da quella di un “quasi quarantenne” svampito e depravato.

“Va bene…ti aspetto.” – Troncò decisamente la donna per interrompere la telefonata, temendo che i presenti potessero udire.

Il caso volle che, proprio quella sera, ci fosse nella sala anche Osvaldo ; e fu così che Sveva, un po’ per vendicarsi della sua lontananza, un po’ per destare la curiosità dei presenti facendo coppia con un personaggio tanto strano, si dedicò completamente al Lepre da quando la macchinina grigio-argento si fermò davanti al Club.

Lui scese, agghindatissimo, giallo e nero come un uccello predone, ancora carico di anelli e di fibbie, con un aquila “sculata” – disse - stavolta non più sulla schiena ma
appesa al collo a mo’ di cravattino, in sostituzione del cappio biforcuto della volta precedente.

Sveva era uscita dal locale per accoglierlo, scendendo i gradini.
Si era messa in lungo, tutta in ghingheri, come soleva fare per le serate importanti.

Egli le baciò prima le mani complimentandosi con lei, poi cominciò ad assediarla con quei suoi bacetti fitti e schioccanti sul viso, seguendola fino alla cucina “ per bere un bicchiere d’acqua!..”

Gli ospiti, curiosi, allungavano il collo per guardare dalla loro parte: l’ingresso del Lepre, sconosciuto alla maggior parte dei presenti, aveva fatto sensazione.

Osvaldo era cupo.
Sveva, in un primo momento, gioì nel vedere il suo ex geloso e mortificato. “Ben gli sta!..”

XXX

Il Lepre sembrava euforico e chiacchierava incessantemente disturbando la manifestazione; la donna fu costretta a zittirlo molte volte, minacciando scherzosamente di “buttarlo fuori”.

Più tardi, quando gli ospiti cominciarono a sparpagliarsi nel locale in cerca di un drink, egli fu al centro dell’attenzione e fece nuove conoscenze.
Sveva lo osservò mentre conversava con Osvaldo, che già conosceva, e notò la faccia divertita del primo, quanto era astiosa quella del secondo, il quale, dopo poco, se ne andò.

Le amiche di Sveva, incuranti dell’ora tarda, fingevano di accanirsi in discussioni culturali per sbirciare il Lepre, tentando di interessarlo.
Fra di loro, una giornalista piuttosto affermata, biondina e bamboleggiante, sul tipo della Sandra Milo, (però in miniatura), pareva particolarmente colpita.

Finché, constatato che l’oggetto del suo desiderio non la degnava di un’occhiata, salutò a mezza bocca.
E così fecero anche le altre.

Rimasti soli, dopo qualche nuovo approccio da parte del Lepre e qualche bicchiere in più, egli si mise a parlare.

“Mi sono accorto che le tue amiche mi guardavano ma a me non interessano i tipi molto femminili, come quella biondina che era prima qui! Te l’ho detto che mi piacciono le donne con la grinta e con il fisico robusto, anzi, direi che al momento non mi interessano nemmeno quelle!…

Un tempo, quando ero più giovane, mi sono innamorato diverse volte ma non sono stato mai compreso…Le donne non mi hanno fatto felice. Ora, alcune mi correrebbero dietro…ma io non le “cago” per niente!…”

“A cosa debbo l’onore di queste confidenze?” – Chiese Sveva comprendendo che il Lepre, per qualche motivo, si sentiva a disagio.
“Se stasera ce l’hai con tutte le donne, perché sei venuto a trovarmi?”

“Perché tu sei diversa e con te posso parlare!”
E infatti raccontò a lungo, come volesse liberarsi di tutto il suo passato, cercando di sviscerare le sue precedenti esperienze con le femmine che, secondo lui, avevano avuto un peso determinante nel corso della sua esistenza.

XXX

Mentre le ore passavano, attraverso le sue descrizioni, Sveva cominciò così a conoscere le varie “Tartarughe” che avevano atteso il Leprotto ai molteplici traguardi della SFIDA.
(Vedi INTRODUZIONE del racconto)

E poté capire che la gara avrebbe riservato, come “palio” finale al giovane, sempre e soltanto una sorpresa abbastanza avvilente: la madre.

La madre, che attendeva un figlio perennemente sconfitto, il quale sarebbe arrivato dopo ogni prova, sfiancato e distrutto, a rifugiarsi tra le sue braccia, a piangere sulla sua spalla, convinto di non trovare, all’infuori di lei, una sola donna capace di amarlo e di proteggerlo.

La madre, femmina e “grande figa”, (secondo lui) l’immagine della quale egli mischiava a quelle delle sue amiche sadiche, nelle torbide fantasie che smuovevano le sue voglie sessuali, in veste di vittima o di vendicatrice, a seconda che la partner del momento, presentasse caratteristiche più o meno accentuate di quelli che – secondo il Lepre – erano gli aspetti essenziali e determinanti della femminilità :

il dispotismo, l’alterigia, la malvagità spinta fino al sadismo più crudele, alla “voglia di sangue”! Il bigottismo religioso, assunto come maschera per nascondere innominabili fermenti!…La donna repressiva e reazionaria, ape regina e mantide religiosa, per intendere!

“Sai, io sono un maschio particolare. Le mie amiche si divertono a vestirmi e truccarmi da femmina. Quella che ho adesso, Giulia, che frequento ormai da cinque anni, lo fa…e mi frusta…e mi sodomizza con un fallo di gomma anche mentre lavoro!…Pensa così che io riesca a trasmettere alle mie creazioni una carica maggiormente erotica e violenta!

Mi dice che, se voglio essere famoso, devo riuscire a trasmettere sensazioni uniche ed irripetibili, perciò devo vivere veramente le esperienze che voglio raffigurare nei miei quadri!… Mi ha promesso che mi farà delle mostre importanti…anche in America!.

Per ora, però, si limita a portarmi nei salotti “bene” e mi presenta come suo schiavo, o come un dobermann al guinzaglio.

A volte, mi rinchiude in casa sua e mi tiene fino a due giorni interi a fare “sesso”, anche insieme a suo marito, che è manager di una grande industria, una persona importante!
Mi fa uscire solo quando non ce la faccio più e mi sento scoppiare il cervello.

Giulia mi piace particolarmente perché parla sempre male di mia madre e dice: “Le farei questo…le farei quello!..”…Porcate! Così io mi eccito sempre di più e riesco a contentarla.


E’ bella la mia amica; ha fatto anche l’indossatrice! Ora insegna al Liceo Artistico, a Z, dove insegno io!

Una sera, in un locale dove eravamo andati con altri nostri colleghi, ha voluto che le strappassi le calze e le leccassi i piedi in ginocchio, di fronte a loro!

Ma è giusto che sia così. Le donne sono tutte così! Porche e cattive!…Le altre, vuol dire che fingono!”.

“Cosa vorresti dire? Che anch’io fingo?” – Ribatté Sveva, piccata per quella malsana sicurezza!…”E non ho nessuna intenzione di cambiare atteggiamento nei tuoi confronti, bada, anche se continuerai a proclamare queste fregnacce!”

“Se mi ami lo farai…tesoro mio!…Tutte le donne che ho avuto e che sono rimaste con me per un po’ di tempo, hanno capito che avevo ragione!…Il futuro è delle donne, perché il progresso vive di violenza e la donna è violenza! Se non ci credi è perché hai avuto sempre maschi tradizionali che hanno soffocato la tua femminilità vera.

Ma hai i lineamenti della donna forte e dura e l’intraprendenza e la grinta necessarie per diventare come voglio io. Se devo essere il tuo schiavo, dovrai comportarti da padrona!"

XXX

Il Lepre continuava a parlare (strascicando le parole) e Sveva a stupirsi, incredula e turbata da quel fiume di discorsi!

“Anche la donna che avevo prima di Giulia non mi pestava…poi, per non perdermi, ha cominciato a farlo ed io mi attaccavo a lei sempre di più.
Era bella ma molto più anziana di me…un’amica di mia madre! Mi sono sempre piaciute le Signore mature. L’ho frequentata per circa un decennio…poi, quando avevo deciso di andare a stare con lei, mia madre me l’ha tolta!

Lei ha sempre fatto così : prima mi manda a letto con le sue amiche…poi me le leva!”
“Guarda un po’…tua madre sa della tua situazione attuale?”

“Sì sì…dice che va bene perché, devi sapere, dopo che mi aveva tolto la Anna, quella di cui ti parlavo prima, non riuscivo più ad avere rapporti sessuali con le donne.

Quando ho conosciuto Giulia e ho detto a mia madre che con lei funzionavo di nuovo, ha convenuto che era meglio comportarsi da masochista, piuttosto che diventare omosessuale!.
Tanto più che il marito di lei è consenziente…e che hanno una barcata di soldi!

Giulia mi ha comperato dei quadri…e mi ha fatto fare dei lavori in casa sua!…Mentre le dipingevo una porta, mi ha scattato una serie di foto…nudo… soltanto con un paio di mutandine di velo rosso!”

“E tua madre sa che vai a letto anche con il marito di Giulia?”
“No..lei sa soltanto che d’estate andiamo sempre all’estero tutti e tre e che a volte mi trattengo a casa loro ..a mangiare… Che vuoi…piuttosto che stare da solo…sto in compagnia e mi diverto!..Vedo il mondo…”

“Da dove lo vedi, il mondo…dal guanciale di un letto d’albergo?” Chiese Sveva , amara.
“Beh…sì …se la metti su questo piano…Non è che, per ora, quello che ho fatto mi sia servito molto…ma col tempo, non si sa mai!”.

“Il tempo non lo avrai, se continui a fare questa vita!…Non capisci che ti stai rovinando?!”

Sveva avrebbe voluto urlare…gridargli in faccia di guardare nello specchio la devastazione che il suo giovane corpo già presentava.

Ella aveva avvertito nelle vene del Lepre il veleno insidioso che lo avrebbe distrutto come la peggiore delle droghe.
Si era accorta che nella sua mente vi erano già lacune grandi come laghi stagnanti, dove la sua intelligenza, la sua genialità di artista, stavano affondando a poco a poco, impregnandosi di liquami.

Ma ebbe pietà ed anche paura che, urtandolo, si richiudesse in sé stesso.
Non sarebbe stato il modo più giusto di dargli una mano…

Continuò a farlo parlare e, dato che egli insisteva nel chiederle di aiutarlo a “sbrogliare tutto il casino” che aveva nella testa, promise:
“Non so fino a quale punto potrei riuscirci…Anch’io sono così incasinata!…Ma tenterò…se mi metterai in condizioni di poterlo fare!”




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I MOSTRI A QUATTR'OCCHI (Introduzione) | I° CAPITOLO - UNO STRANO INDIVIDUO | CAP. II°- UN BAMBOLOTTO DI SEGATURA (Cap. II° - Un bambolotto di segatura ) | CAP. III°- VENEZIA - ED ALTRO (Cap. III°- Venezia - ed altro) | CAP. IV° - IL RITORNO DI OSVALDO | CAP. V°- PROFONDO ROSSO (Cap. V° - Profondo rosso) | CAP. VI° - TEMPO DI VIAGGI | CHE BRUTTA FINE PER UN POETA! - CAP.VII° (Che brutta fine per un poeta! -Cap. - VII°) | CAP.VIII° - IL COLLARINO DI PLASTICA ROSA (Cap.VIII°- Il collarino di plastica rosa) | CAP. IX° - I DUBBI DI SVEVA | CAP. X° - LA VENDETTA E LA CONSAPEVOLEZZA (Cap. X° - La vendetta e la consapevolezza) | CAP. XI° - IL NUOVO ECCIDIO DEL MOSTRO | CAP. XII° - SOLUZIONI AMARE | CAP. XIII° - L'INCONTRO CON GIULIA | CAP. XIV° - RIFLESSIONI - E VENNE NATALE (Cap. XIV° - Riflessioni - E venne Natale) | CAP. XV° - COSE DA PAZZI ! | CAP. XVI° - PERIPEZIE IN TOSCANA | CAP. XVII° - LA MOSTRA DI MORTY | CAP. XVIII° - COLPO DI GRAZIA (Cap.XVIII° - Colpo di grazia ) | CAP. XIX° - UN FATIDICO SETTEMBRE | CAP. XX° - UN' ALTRA GATTA DA PELARE (Cap. XX° - Un'altra gatta da pelare) | CAP. XXI ° - CAMBIO DI FAVOLA E SCAMBIO DI RUOLI (Cap. XXI° - Cambio di favola e scambio di ruoli) | menù principale
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