CAP. IV° - IL RITORNO DI OSVALDO

Autunno 1983.



Sveva, prima del matrimonio, non aveva avuto esperienze sessuali e dopo, i suoi rapporti con i maschi erano stati del tutto normali, sempre poggiati su binari abbastanza paralleli.

Ora, le stranezze di Morty erano per lei come delle favole e non riusciva a calarsi completamente nella situazione.

Inoltre, una voce interna le suggeriva di fuggire, allontanarsi da questa creatura che riusciva a sconvolgerla così profondamente, quasi fosse una fonte di ignote ed inquietanti malattie, più terribili della peste.

“Che diavolo!…Sono pur sempre una madre che ha allevato tre figli!” –si diceva.
Così, si sentiva di elastico, e le sue corde si allentavano e si stringevano senza posa, strizzandole e dilatandole alternativamente cuore e cervello.

“Però, non vorrai farmi da madre!… Lei è molto diversa da te!… E’ piccola e magra, non ti andrebbero i suoi vestiti!.

Quando frequentavo la Anna, nei giorni in cui mia madre era in vacanza, la portavo a casa mia ; le facevo indossare gli abiti di mia madre e la chiavavo nel suo letto!
A te non andrebbero nemmeno le sue scarpe! Tu sei grande quanto una capanna, quanto il ponte della sopraelevata per andare a P.

Tu sei come le donne di Fellini. Dovrebbe essere bello potersi sperdere dentro di te!
Giulia ha i lineamenti più regolari e la bocca ben disegnata, ma non è bella come te…Tirati i capelli..e truccati come Moira Orfei!
Anna portava sempre il foulard legato dietro la nuca. Dovrebbe stare bene anche a te!…Metti il foulard, per piacere, metti il foulard…!”

E, rievocando tutte queste immagini che si rincorrevano nella sua testa come cavalli al galoppo, si accendeva come un cerino!

XXX

Più tardi, raccontò di Elisabetta, una ragazza di Montecatini, “bella come il sole”, bruna, con i capelli a caschetto, che posava per lui ; e disse che egli aveva inventato a Giulia di avere rapporti anche con questa modella perché non pensasse di essergli indispensabile.
“Stronza com’è, ne approfitterebbe un po’ troppo!”

Poi parlò di un’ altra amica di sua madre, una francese, che un giorno se l’era portato a letto facendogli credere chissà cosa!
Ma, una volta spenta la luce, dopo che ella aveva promesso:”Adesso ti faccio vedere come si fa l’amore a Parigi!”- lui era rimasto lì come un allocco, senza provare alcuna emozione.

“Così è sfumata anche la speranza di andare in Francia, a lavorare nella sua villa!…Mia madre ci è rimasta molto male!…
Ultimamente , mia madre ha cercato di farmi incontrare una tua amica, quella Marisa che ha la galleria a V. – Mi aveva combinato un appuntamento, per andare a vedere una mostra…Forse con lei, però, non mi sarei divertito!…Come donna, mi sarebbe piaciuta, ma non ha l’aria di amare molto il sesso!….”

“Senti senti, questa mamma quante belle cose fa, per questo bambino cattivo!” – Ironizzò Sveva mentre si chiedeva se la Mamtide (ormai aveva soprannominato così la madre di Mortimer) avesse già predisposto un piano anche nei suoi confronti.

Ma il Lepre, che aveva ormai ingranato la quinta , continuava:
“C’è stata anche un’altra ragazza che avevo conosciuto appena mi trasferii a Z.
Una svizzera molto carina che mi ha lasciato usare il suo appartamento, dopo che si è sposata con uno che non amava, forse per colpa mia!

Era piuttosto spregiudicata ma voleva stare con me…però un giorno mi ha detto che sembravo un topo di fogna ed io le ho tirato contro uno sgabello. Così ci siamo lasciati.
E’ morta alcolizzata; si era data al bere.

Anche la Anna si è messa a bere; mi hanno riferito che è sempre ubriaca. L’ho incontrata l’anno scorso, la vigilia di Natale e mi sono turbato, perché è ancora molto bella.

Allora, per fare dispetto a mia madre, ho sputato dentro il piatto dei tortelli e me ne sono andato da casa senza mangiare!…”

XXX

Sveva fissava la lampada dell’applique senza vederla. Le parole del Lepre erano cadute dentro di lei come sassi dentro una pozza e l’eco, in cerchi concentrici, si stava allargando dentro la sua anima dilatandola dolorosamente.

Quasi lo stesso dolore con il quale si era dilatato il suo utero per ogni parto che ella aveva dovuto affrontare.
“Perché proprio a me? Non ne avevo già abbastanza di croci? Dopo questa esperienza scioccante, non potrò credere più a niente e a nessuno!”

“Basta, leprotto, ora basta…non ne posso più di starti a sentire! Smetti di far girare questa testa pazza e cerca di riposare un po’!”

“Ma se dormo, penserai che non sono un maschio!”
”Che sciocchezze, certo che sei un maschio! Chi l’ha detto che non sei un maschio?
Figurati se, con tutto quello che ho da pensare, sto a preoccuparmi della tua virilità!”

“Sai, senza conoscerti ho sempre dipinto donne simili a te!”
Ed il lepre si addormentò, mentre Sveva, sveglia, pensava al petto bruno e robusto di Osvaldo, sul quale sarebbe stato tanto bello poter poggiare il capo.

Era così saldo e sicuro quel porto!
Quando le onde che di notte invadevano i suoi sogni, minacciando di travolgerla, si arrotolavano sopra di lei che si sentiva soffocare affondando nei gorghi schiumosi e si destava atterrita, le bastava potersi aggrappare alla sua mano larga, o ai suoi capelli, o alla sua barba ispida, per sentirsi in salvo.

Lui la stringeva forte, a volte quasi con rabbia, facendole anche male.
Ma lei l’amava!….Oh, quanto l’amava!…

XXX

Sveva sperava che il rapporto con il Lepre si esaurisse presto, perché temeva addirittura di rimanere coinvolta in qualcosa di losco.
“Questo finirà male!”- si diceva.

Inoltre, avendo notato quanto Osvaldo fosse rimasto toccato dal confronto con l’antagonista, aveva la struggente sensazione che il vecchio amore, rispolverato per benino, sarebbe tornato a splendere più che mai!
E l’idea le metteva addosso una piacevole frenesia.

Al mattino, il Lepre fu premuroso come al solito e volle imboccarla, porgendole con lo stuzzicadenti le olivette rimaste sul vassoio dalla sera precedente.
“Tornerò molto presto e staremo bene insieme! Aspettami buona buona e non te ne dovrai pentire!”

Ma Sveva non gli dette ascolto perché, dopo due giorni, le arrivò una raccomandata di Osvaldo, nella quale egli si scusava per il suo comportamento e le lasciava sperare che fra loro tutto sarebbe tornato come prima.

E quando, ormai completamente ammorbidita, ella decise di andarlo a trovare al laboratorio, il fatto che si fosse notevolmente scorciato barba e capelli “per rinnovarsi” (disse) la intenerì ancora di più.

Ancora non si erano ritrovati del tutto, ma ci stavano provando.

“Sabato che fai?” – Chiese lui speranzoso e corrucciato.

Sveva temendo che sabato tornasse il Lepre, fece un gesto vago, stringendosi nelle spalle.
“Me lo farai sapere?”
“Forse andrò a Pisa, con degli amici.”
“Ci vai con quello?” – Alludendo al Lepre.
“Può darsi.”
“Ho capito…Ciao! ”.

L’angoscia strinse ancora una volta i visceri della donna.
“Speriamo che il Lepre se ne stia a Z !.” – Ed incrociò le dita per fare gli scongiuri.

XXX

L’autunno incipiente riempiva la campagna di brume e la solitudine faceva rabbrividire Sveva che si sentiva come nuda, di fronte all’inverno.
Le rondini erano partite da un pezzo e al Club non c’era nemmeno un camino dove dar fuoco ad un ciocco di legno.

Nel corso della settimana, Osvaldo si fece sentire un paio di volte, sollecitando una risposta che ella ancora non poteva dargli.

E, il sabato mattina, il Lepre telefonò ben tre volte, prima di decidere se doveva partire subito, o se fosse stato meglio arrivare l’indomani.
Quindi decise per la seconda soluzione.

Sveva era convinta che i tentennamenti di Morty dipendessero dai suoi impegni “sessuali”e aveva insistito per conoscere la verità. Avvertiva puzza di bugie e pensava che egli, prima di partire da Z, volesse andare “a farsi spaccare un po’”, visto che con lei non ci sarebbe certamente riuscito!

Comunque, non era piacevole sapere che si trovasse in un certo ambiente ed in certe situazioni! Pertanto, pur desiderando ardentemente di ritrovare l’intesa con Osvaldo, la donna si ripromise d’incontrare ancora una volta il Lepre, magari la domenica, per chiarire definitivamente la vicenda e comprendere fino a che punto questa “profonda amicizia” potesse davvero aiutarlo a risollevare la testa!

Quella testina pazza e tormentata, spelata ed unta, piena di desideri folli ed incestuosi!

“Ma sua madre, come sarà? Come può una madre generare e crescere un figlio senza mai rendersi conto di cosa bolle nel cervello di lui?
E questo è un cervello-calderone, come quello delle streghe, dove sono mischiati amuleti, stinchi di morto, zampe di lepre e veleno di serpenti!
E il padre?…Come sarà il padre?”

Sveva lo aveva visto ed udito soltanto una volta, nel corso di un pomeriggio di letture poetiche e le era parso un tipo deciso ed autoritario, culturalmente molto preparato, ma piuttosto pedante!

“Non mi ha mai compreso ed è un violento!”- Lo aveva descritto il figlio mostrando a Sveva una cicatrice sull’avambraccio destro…
“Questa me la sono fatta da piccolo per colpa sua. Mi aveva maltrattato ingiustamente ed io mi sono incazzato ed ho spaccato un vetro con un pugno!”

Poi , sulla scia dei ricordi “violenti”, aveva mostrato alla donna un’altra cicatrice:
“Questa, invece, me l’ha procurata Giulia, un giorno che abbiamo fatto a coltellate!”


“Salute!…E’ tutta salute…:”- Era stato, a mezza bocca, il commento di Sveva.

XXX

A questo punto, era compatibile che ella non volesse rischiare troppo.
Quella speranza di ricongiungersi ad Osvaldo, nata sul Canal Grande, quel delicato germoglio fiorito in una situazione tanto precaria, quasi in bilico sopra la parete di una frana, raro e prezioso come una stella alpina, non poteva essere messo in gioco tanto alla leggera!

L’indomani, avrebbe detto addio al Lepre.
Pertanto, telefonò subito ad Osvaldo e fu un sabato, quello, davvero speciale; come ritrovarsi a casa dopo un lungo viaggio sul mare in tempesta!

“Non ti lascerò mai più!…Non permetterò che qualcosa o qualcuno mi separi ancora da te!” – Sveva pianse, stringendosi a lui sotto il piumone, davanti alla T.V. che lasciavano sempre accesa mentre facevano l’amore, dopo avere spento tutte le lampade ed aver sorseggiato un po’ della grappa che ella teneva a portata di mano apposta per lui.

“Come hai fatto a tradirmi con quello?” – Si stupiva Osvaldo . “Come hai potuto pensare di sostituirmi con quel ragazzino, innamorato della madre e, per di più, così violento?
E’ uno di quelli che va a spiare le coppiette e, mi hanno detto, se la fa anche con qualche vecchiaccio!…Cos’è che hai trovato in lui?!…E poi, chissà a Z cosa combina?!…”

Sveva evitava di rispondere, per non spiegare troppe cose e doversi giustificare.
Ma era molto scossa dalle parole di Osvaldo, che era furibondo e che, alla fine, concluse a bruciapelo:

“Non mi meraviglierei se il tuo amico avesse fatto fuori qualcuno. Non hai mai avuto paura mentre stavi con lui?…Bada, se sapessi che continuerai a frequentarlo…starei proprio male!…E non per gelosia, ma per la tua sicurezza, per la tua salute…e anche per via di sua madre…. A volte credo che…fra di loro…mah…meglio non pensarci!”

“Va bene…va bene!…Stai tranquillo, la faccenda è chiusa!..Anche se non credo a tutto quello che dici!…Con me è stato gentile, …affettuoso…” – E, per rassicurare Osvaldo, cercò di essere tenera ed appassionata, come non mai…

Pure lui sembrava molto felice! Le confidò, in un momento di debolezza, che anch’egli aveva provato a scrivere poesie, e gliene lesse una, nella quale faceva cenno proprio a Sveva, incolpandola di “avere distrutto” tutti i “trofei”, da lui vinti durante le sue numerose battaglie artistiche!

Quindi, le raccontò che, ultimamente, aveva dedicato molto del suo tempo all’archeologia e che di notte andava a cercare reperti a L, dove le turbine scavavano la sabbia, facendo affiorare, tra le conchiglie carbonizzate, punte di selce antichissime e rare.


(Vedi sommario del sito - riferimento al racconto: “Una breve storia d’amore “)

“Vieni”- le disse, rivestendosi in fretta, -“Vieni con me!”
Ed alle 2,30 di quel sabato notte, volle portarla là dove era solito scavalcare la rete di recinzione per andare a setacciare la sabbia, al lume di una torcia che teneva tra i denti.

Sveva rimase impigliata con la gonna nel filo spinato, ma, con l’aiuto di Osvaldo, alla fine ce la fece a passare dall’altra parte.

La luna faceva brillare la distesa di sabbia come argento liquido e un vento sottile sussurrava fra le canne, mentre si dirigevano verso il capannone delle turbine, dove stavano gli attrezzi per scavare.

“Senti come fa caldo, qui!..” – Osvaldo l’abbracciò nel capannone.
“Di solito, quando la notte smetto di pitturare, vengo a scavare. Ho riempito lo studio di selci e di conchiglie!…”

E gioiva di quella insperata e inattesa ricchezza che gli era piovuta così, d’estate, come una pioggia di stelle nella notte di San Lorenzo.


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