CAP. X° - LA VENDETTA E LA CONSAPEVOLEZZA

Estate 1984 - ( Con particolare riferimento al 29 luglio)



Osvaldo andò a trovare Sveva facendole capire di averla vista in giro con “quell’altro”e l’avvertì: “Cerca di non venire al mio studio, la sera, perché i miei amici devono ospitare gente, e ci sta che qualcuno di loro si fermi a dormire lì!”

Poi, forse per sua maggior sicurezza, riprese a fare frequenti brevi visite al Club, sempre piuttosto tardi, per accertarsi che ella non uscisse e gli piombasse improvvisamente fra i piedi!

Ogni volta cercava di attaccare briga incolpando la donna di cose immaginarie e dicendosi certo che ella avesse ripreso ad incontrarsi segretamente con il Lepre.
Ed alle proteste di lei, ribatteva sempre: “Fai come ti pare!…Basta che tu non venga a rompermi le palle!”

Sveva immaginò che tutto quel via vai avesse invece lo scopo di voler nascondere una nuova relazione di Osvaldo e, finalmente, scoprì l’arcano.

Una giovane tedesca, da lui conosciuta durante un viaggio in Germania, era giunta all’improvviso ed egli se la teneva allo studio.
Inoltre l’accompagnava in giro e nei locali da ballo, sacrificando tempo e denaro e, per di più, cercando di menare per il naso la povera Sveva che, a furia di tirare il carro, si sentiva tanto mula bastonata, altro che leonessa o gattona!

Così, una sera, dopo l’ennesima visita di lui che aveva detto di voler andare a letto presto, ella, decisa a ripagarsi di tutte le umiliazioni subite ultimamente a causa del sarcasmo pungente e dell’indifferenza dell’amato, saltò in macchina e si diresse verso lo studio che da tempo gli era stato precluso.

Era molto tardi e, da lontano, ella aveva già notato la luce accesa sul terrazzino.
Nel cortile, era parcheggiato soltanto un Maggiolino giallo, con la targa straniera.
La macchina di Osvaldo era nascosta accuratamente dietro un angolo , in modo da non poter essere vista né dalla strada, né dalla corticella.

Sveva era andata a frenare bruscamente proprio là dietro, ed ora la sua macchina avrebbe precluso la fuga all’uomo se, come altre volte aveva fatto, si fosse calato giù aggrappandosi ad una canala sul retro dello stabile.

Un attimo dopo la frenata, si erano spente tutte le luci…
La donna scese dall’auto e dentro aveva la tempesta ma si sentiva la grinta adatta ad affrontare la situazione.

Salì la scala esterna e si attaccò al campanello; ma Osvaldo, evidentemente, era in difficoltà e nessuno rispose.
Dopo aver insistito a lungo, Sveva, determinata e caparbia, andò a raccogliere un manico di scopa e cominciò a menare botte da orbi sul tettino della macchina dell’amico (per modo di dire) .

Ancora niente! Allora raccolse bottigliette vuote e sassi e cominciò a lanciarli contro i vetri delle finestre dello studio. Non le importava se i vicini si sarebbero destati.
Voleva smascherare a tutti i costi quel fetente fottuto!

Niente di niente. Ricordò di avere in macchina un grosso cacciavite e si mise a cercarlo, tremando per l’ira.
Frattanto, alcuni cani randagi si erano radunati lì intorno ed ella aveva una paura blu!
Ma nemmeno quello la fece desistere da ciò che si era prefissa di fare.

Con il cacciavite, menando fendenti con tutta la forza che aveva, dapprima fece fuori due copertoni della macchina di Osvaldo, poi fu la volta del Maggiolino!

Ma, ahimè… le gomme di quello erano resistenti e durissime! Però non si perse d’animo.

E mentre raddoppiava lo sforzo, le tornavano alla mente tutti gli orrori compiuti dai soldati tedeschi, che aveva visto o sentito raccontare durante la guerra, quando era piccola.
Ed i fendenti dati con la baionetta da uno di quei soldati nel materasso del letto dei genitori, per cercare il papà che era fuggito nella boscaglia… ed i morti di Pioppetti, appesi per il collo col filo spinato…e…

“Maledetti i tedeschi ! Maledetti..” – Masticava fra di sé, con i crampi allo stomaco ed i nervi delle braccia tesi fino allo spasimo!

Ma nemmeno dopo quell’ultimo scempio, Osvaldo si era fatto vedere!

Allora ella adottò una nuova tattica e finse di andarsene. Invece, spostata la macchina per alcuni metri, fece silenziosamente marcia indietro e si appostò a fari spenti, nel buio.

XXX

Osvaldo sbucò dal retro. Era sceso dalla canala ed era tutto arruffato, con la camicia fuori dai calzoni e stava esaminando la macchina della tedesca, imprecando a bassa voce.

Fu solo mentre guardava la propria che si accorse di Sveva, la quale aveva riacceso i fari ed il motore e fingeva di volerlo investire…

Aveva perduto la grinta e sembrava molto abbattuto!
“Fermati!” – gridò – “Ti devo parlare!”

Ma ella non abboccò ed arretrò a tre metri di distanza e, mentre Osvaldo cercava di avvicinarsi, arretrò ancora di più.

“Come faccio, ora, ad andare a casa?…Dai…fammi salire!”
Aveva in piedi un paio di zoccoli…un po’ consumati!

Sveva lo fissava in silenzio, con la faccia decisa e crudele.
Ed egli si avviò, piano piano, fermandosi ogni qualche metro per voltarsi verso di lei, che lo seguiva a distanza e rallentava, finché lui non riprendeva a camminare.

E si fece a piedi tutta la lunga strada per rientrare in città ed ancora tutto il tragitto per arrivare al quartiere periferico dove abitavano i suoi familiari, serenamente immersi nel sonno…

“Porco fetente!…Lurido bugiardo zozzo!…” – Gli gridava ogni tanto Sveva dal finestrino.
”Ti insegno io a menarmi per il naso…e non è ancora finita!”

Infatti, un chilometro prima della casa di Osvaldo, mentre egli, a testa bassa, continuava a portare quella croce che doveva pesargli assai, se ancora ogni tanto si voltava per supplicarla di farlo salire, Sveva si fermò ad un telefono pubblico e, destati dal sonno i familiari del “porco fetente”, li informò senza alcuna pietà dell’accaduto; avvisandoli che da quel momento, ella non avrebbe più, per nessun motivo, continuato a frequentarlo, né come persona, né come manager.

Poi rientrò al Club con la morte nel cuore, ma convinta di aver agito nell’unico modo che avrebbe impedito definitivamente ogni probabile tentativo di riavvicinamento fra di loro, da parte di ambedue.

Infatti, il giorno seguente, quando alzato il ricevitore del telefono che squillava, udì un “merda!” piuttosto convinto, ebbe la forza di riabbassare immediatamente il braccio ed interrompere la comunicazione.

XXX

Il Lepre non si fece vedere per un po’, contrariamente a quanto aveva promesso.
Faceva brevi saluti per telefono, dicendo di lavorare.

La madre, invece, telefonava a lungo e spesso, per raccontare che egli era nervosissimo, smaniava per il caldo e aveva dato più volte in escandescenze, anche per strada.

“Vorrei che lei lo convincesse ad andare al mare…Perché non ce lo accompagna lei?
Vorrei che lei lo invitasse a cena…ecc..ecc..”

Sveva, che mai si sarebbe sognata di invitare Morty né a cena né, tanto meno, ad andare al mare insieme, era molto imbarazzata per queste continue richieste della Mamtide e si chiedeva se l’insistente donnina l’avesse presa per una con voglie represse da soddisfare, tanto da essere disposta a cercarsi i giovincelli e magari pagarli anche, per le proprie prestazioni!

Poi, la vicinanza del Lepre, specialmente dopo gli ultimi dubbi che si erano insinuati in lei, ne avrebbe sconvolto, in qualche modo, l’equilibrio.

Particolarmente ora, che tanto a fatica cercava di rimanere serena, da quando si era imposta di non incontrarsi più con Osvaldo.

Era sempre molto impegnata con il lavoro, ma gli affari non andavano per il verso giusto
ed ella aveva tanto bisogno di sicurezze e tranquillità, dato che anche la salute cominciava a darle preoccupazioni.

Non poteva più contare su aiuti dall’esterno ma solo ed unicamente su di sé.
Le ultime disavventure, le avevano dato l’esatta visione di quanto sarebbe potuto accaderle se si fosse nuovamente affidata ad altri!

XXX

Intanto, aveva organizzato con l’Ente Pubblico, un convegno nazionale di poesia;
poeti che sarebbero arrivati da tutta l’Italia, con la ricompensa di premi per tutti i partecipanti!

Una manifestazione che, pertanto, aveva creato alla donna problemi a non finire, essendo sempre lei quella che avrebbe dovuto occuparsi di ogni cosa, anche del reperimento degli “omaggi” da ottenere gratuitamente dalle ditte e dai negozi
del luogo.

Era di domenica, il 29 luglio 1984.

Un grande striscione dipinto dal figlio minore di Sveva, spiccava sotto il podio dove ella, coadiuvata dallo speaker di una Radio locale, accoglieva i partecipanti al convegno
dando loro il benvenuto.

Quando il Lepre e la Mamtide fecero il loro ingresso nella grande sala, molte furono le teste che si girarono dalla loro parte.
Indubbiamente, facevano sensazione!

La madre quel giorno indossava un abito lungo di tela indiana, a colori vivaci e lui, pantaloni neri stracarichi di cerniere e di fibbie ed una camicia bianca, con il pettorale guarnito da tramezzi di pizzo sangallo.

Invece del collarino, questa volta si era messo intorno al colletto della camicia un lungo nastrino di velluto nero, legato a fiocco.

Sotto la stoffa leggera, i muscoli delle braccia, tesi, guizzavano come anguille e la testa, unta come sempre, luccicava alla luce del sole, che entrava a fiotti dai finestroni spalancati.

La Mamtide, prima corse a congratularsi con Sveva, poi si collocò accanto al figlio, in una fila a metà della sala.

Mentre Sveva parlava sul podio e consegnava i premi ai poeti, il Lepre le faceva le boccacce, strizzando l’occhio e le ammiccava baci, sporgendo le labbra.

Prima che la manifestazione finisse, la donna andò a sedersi un momento vicino alla Mamtide, per chiedere a Morty come si sentiva. Ma non fu lui a rispondere, bensì la mamma che approfittò subito della situazione per annunciare in tono solenne:
“Mio figlio vorrebbe invitarla a cena!”

“Perché me lo chiede lei? Suo figlio non ha la lingua? Pure vedo che, per fare le boccacce, la usa molto bene!”
Il Lepre stava zitto.

“Sa com’è…è timido!…Vorrebbe farsi perdonare la lontananza di tutti questi giorni!”

“Non posso. Lo vede che stasera ho troppo da fare!..” – Rispose Sveva duramente.
“Ma non stasera!…Stasera io non ci sono!…” – Intervenne finalmente il figlio.
“Dove vai?”
“Via..” – Egli rispose evasivamente

“Allora domani sera!…” – Insisteva la madre.

Sveva non disse né sì né no. Dal momento che “l’amicizia” si era molto allentata, sarebbe stato meglio mantenere le distanze.

XXX

La sera dopo, verso l’ora di cena, di nuovo la Mamtide al telefono:
“Mio figlio si scusa con lei, ma ha dovuto accompagnare fuori alcuni amici arrivati improvvisamente!”

Sveva capì che erano menzogne, ma rispose “Meglio così…”

Al mattino del martedì, di nuovo la Mamtide:
“Mi deve scusare, ma ieri sera non potevo parlare di fronte a mio figlio…Non è vero che aveva degli amici!…Mi ha fatto impazzire!…” – E piangeva.

“Sono distrutta…Ha voluto accompagnarmi in pineta, ieri pomeriggio e mi ha detto delle cose orrende!
A me…a sua madre!…
E la sera si è messo di traverso sul mio letto, impedendomi di andare a dormire! Io ho paura di mio figlio!…Ho sempre avuto paura…Mi ha terrorizzato!…Lei non ha paura? …E’ l’unica a non avere paura …


Dice che questo ambiente non fa per lui e vuole partire con Giulia!”

“A che ora è rientrato, domenica sera?”- Chiese Sveva che aveva proprio sotto gli occhi il giornale, aperto sulla cronaca del nuovo, orrendo delitto del Mostro, scoperto il giorno avanti a Vicchio, nel Mugello, dove il Lepre aveva raccontato di essersi recato con il padre, poco tempo prima, a visitare la casa di Giotto.

“Non troppo tardi…forse verso mezzanotte…” – Rispose evasivamente la Mamtide.
“Cosa le ha detto, precisamente, in pineta? – Cercò di indagare Sveva.

“Uh…cose orrende…cose orrende…cose da non dire mai ad una madre…” – E piangeva di nuovo… “Mi faccia la gentilezza, gli telefoni lei…lo inviti lei…”

“Non posso…è più forte di me…” – Rispose Sveva scocciata.
E invece telefonò, non per invitarlo ma per sapere…

“Non avrai creduto a mia madre…” – Disse egli con tono malvagio…”quando ti ha inventato che avevo degli amici da portare fuori! Mia madre fa delle stronzate…perché non ha il coraggio di dire la verità!…Io sono arcistufo di stare in questo posto che non mi offre quello che voglio, con gente che non mi capisce!…”

Però, rispose alle domande della donna con altre domande:
“Cosa ti frega di dove vado e di quello che faccio?…Sei per caso gelosa?…Eh…figona…sei gelosa?





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