CAP. VI° - TEMPO DI VIAGGI

Primavera 1984



Osvaldo era stato invitato ad esporre in Inghilterra; una mostra itinerante che si sarebbe spostata da Londra ad altre cinque importanti città del Regno Britannico.

Sveva era entusiasta, e già faceva mille progetti per questo viaggio, al quale sperava di prendere parte.
Non era mai stata all’estero e, anche se al momento si trovava pochissimi soldi in tasca, desiderava ardentemente seguire Osvaldo, pur avendo un terrore folle di volare.

Ma egli non sembrava gradire la sua compagnia e molte furono tra di loro le discussioni
piuttosto animate, tanto che, fino all’ultimo momento, pareva che il viaggio dovesse andare in fumo.

Invece, finalmente, partirono, in compagnia di una coppia di amici.
Sveva udì distintamente il compagno che giustificava la presenza di lei come un’imposizione forzata, perciò immaginò subito tutti i dispetti che egli avrebbe architettato per farle ingoiare rospi velenosi nei cinque giorni che avrebbero passato insieme.

Per di più, da qualche tempo, ella non stava bene. Ogni tanto accusava dolori lancinanti che le squassavano le reni e si stancava facilmente.
In compenso, i compagni di viaggio erano simpatici e, quando l’aereo si staccò da terra, a parte un certo vuoto nello stomaco, Sveva si sentì abbastanza serena, segno che la vicinanza di Osvaldo le dava ancora molta sicurezza.

Il viaggio fu bellissimo e se non fosse stato per l’indifferenza di lui che, inoltre, la bistrattava ogni momento per qualsiasi cosa ella facesse o dicesse, senza mai farle un solo complimento durante l’intera permanenza nella City, Sveva avrebbe senza dubbio vissuto momenti di vero incanto, dato che Londra esercitava su di lei un enorme fascino.

E non avrebbe voluto staccarsene così abbattuta, così stanca, mentre si trascinava automaticamente con le gambe pesanti al fianco di Osvaldo, che ora, a momenti, le pareva niente altro che un qualsiasi ometto affannato a correre chissà dove…

Ella sentiva, in quegli attimi di sofferenza, che il suo amore stava per morire… e il Big-Ben della cattedrale, fermo per riparazioni, taceva, come per non disturbarne l’agonia!…

XXX

Dopo Londra e l’amarezza di un rapporto ormai guasto, la Pasqua imminente…

La Mamtide ogni tanto telefonava: “Mio figlio ha tanto da fare!…- Mio figlio le manda tanti saluti!… - Mio figlio verrà per Pasqua!”

E venne, per le vacanze, teso e dimagrito, con le occhiaie fonde e la testa più svitata che mai.
Sveva era in galleria, quando arrivò, con una enorme scatola di dolci ed alcuni animaletti di confetto, tondi e lucidi, sotto gli abitini di zucchero.

“Come mi trovi…come mi trovi…eh, figona…?
“Non troppo bene, dimagrito, allucinato…”
“Ma cosa dici?…Sei di fuori?!…Tu, piuttosto…ti sei data da fare? Hai seguito i miei consigli?”
“Non proprio..comunque non come credi… Invece tu…ti sei divertito?”

“Sono stato via …e mi sono anche ammalato!…Durante il viaggio in Danimarca, eravamo in compagnia …In treno, ho conosciuto una signora di Firenze, una professoressa…Io, le signore..me le farei tutte…Questa era un tipo austero, con gli occhiali…molto interessante… per i miei gusti!”

“Hai lavorato? Hai fatto qualcosa di nuovo?”
“Sì, un giorno ti farò vedere…Possiamo passare insieme il giorno di Pasquetta?”
“Non credo di avere qualcosa di meglio da fare!..” – Rispose Sveva.

Ma, alle dodici del lunedì di Pasqua, egli era lì a scusarsi, perché – disse – aveva litigato in casa col padre e con la madre.
“Me ne vado! Ogni volta che vengo, scoppiano casini!…E’ inutile, questo non è il mio ambiente…Ormai sono abituato in un altro modo. Ho bisogno di condizioni alienanti, per affermare la mia personalità.

Ho bisogno di stare rinchiuso nella puzza e nello smog, a fare il sesso come piace a me, o di andarmene in giro da solo, a caricarmi di sensazioni nel piscio e nella merda!
Voglio riuscire a fare delle cose che diano emozioni violente, che facciano stare male, che facciano masturbare la gente o la facciano vomitare!


Scusami…scusami…devo partire! Dove hai messo i puffi?”
“Sono in campagna, sulla credenza di mia madre, per i ragazzi!”

“Ma perché? Dovevi tenerli qui!…Guarda cosa ti ho portato!”
E, così dicendo, tentava di appuntare ai polsini delle maniche di Sveva, due farfalle di tulle, una rosa e una celeste, con i lustrini alle estremità delle corna!

XXX

Certo, il fatto che Osvaldo non dimostrasse per lei alcuna tenerezza, le rendeva il Lepre più interessante e , a volte, provava perfino nostalgia delle sue attenzioni, dei suoi piccoli, strani regali , dei suoi bacetti lievi come le farfalline di tulle, che ella non aveva l’ardire di appuntarsi sui vestiti.

“Se anche fosse il Mostro, sono certa che a me non farebbe del male; anzi, forse potrei aiutarlo a guarire della sua follia” – Erano le illusioni della donna, nei momenti di sconforto.

La primavera riempiva di fremiti e di sussurri le notti di Sveva e Osvaldo era sempre meno disponibile e sempre più duro

Nei rari e brevi spazi di libertà, ella correva alla spiaggia, ancora semi deserta, per rotolarsi sulla sabbia, al sole; e si pungeva le mani per raccogliere mazzi di fiori delle agavi, con i quali riempire tutti i vasi disponibili nel Club.

Nei giorni di vento, rinvoltata in una sciarpa, sedeva sulla battima e ascoltava il gemito dei pini e lo schiocco delle onde contro i moli.

Nel frattempo, stava organizzando una manifestazione a Roma, dove avrebbe portato dipinti, sculture e poesie dedicate alla sua terra, la Versilia, paese che tanto amava, fortunatamente non ancora soffocato dallo smog e dai rifiuti delle industrie.

Spesso, pensando al “pasticcere folle delle torte a sorpresa”, che su nel Nord sperimentava sulla carta i colori del “piscio”, del “mestruo” ecc…si chiedeva se fosse giusto lasciar affondare così miseramente un essere non ancora quarantenne e indubbiamente geniale, in un pozzo senza uscita….

Sapeva bene che l’attuale produzione artistica di Morty non avrebbe fatto mostra di sé in una qualunque galleria, sia per i temi scabrosi affrontati, sia per la scarsa affidabilità che “la persona” avrebbe dimostrato a chiunque fosse stato disposto ad occuparsi di lui!

Peccato! Sicuramente c’erano delle qualità, che venivano del tutto offuscate dal comportamento strano ed a volte scostante del giovane.

Intanto, lei l’aveva invitato a prendere parte a questa mostra da fare a Roma, ma lui non aveva accettato, ritenendosi “troppo al di sopra” della media dei partecipanti e anche perché – disse – non “sentiva l’argomento!”

Osvaldo, invece, a Roma avrebbe tenuto una personale, già in calendario e organizzata dalla stessa equipe che gli aveva consentito di esporre a Londra.

Era venuto a dirglielo a cose fatte, avvisandola che sarebbe partito “da solo”, senza “rotture di coglioni…”.

XXX

Sveva, che per la propria iniziativa aveva sperato soprattutto nell’aiuto di lui, si sentì morire al pensiero di dover trovare altri collaboratori, ben conoscendo le scarse capacità
e le poche energie della maggior parte dei suoi associati.

Fortunatamente, si prestò un’amica, donna energica e di talento, interessata alla parte letteraria della manifestazione.

Sveva , che già alcuni giorni prima del viaggio si era dovuta dividere in mille diverse attività, volte non soltanto alla preparazione del medesimo, si ritrovò, la sera precedente alla partenza, a dover fare da sola il carico.

Durante molte ore della notte, dopo aver agganciato alla macchina un capace carrello scoperto, che si era fatto prestare da un pittore, cercò di sistemare come meglio poteva
i molti quadri, tra i quali alcuni piuttosto grandi e pesanti.

Quindi le sculture, di bronzo e di marmo, che quasi non riusciva a sollevare da terra, attenta che non andassero a sbattere fra di loro o nei vetri delle cornici.

Poi fu la volta dei libri, donati dalle Amministrazioni Comunali dei sette Comuni versiliesi, unitamente alle pubblicazioni propagandistiche dedicate alle varie località della zona ed ai diversi pittori che avevano aderito all’iniziativa.

A poco a poco, sia il carrello che la macchina, si riempirono fino a non avere più un centimetro cubo di spazio vuoto.

E, al mattino presto, dopo avere a stento chiuso gli occhi per il tempo di un breve sonno, tentando invano di distendere le ossa ed i muscoli che si rattrappivano, Sveva finì i salmi in gloria, ammassando sul tettuccio dell’auto alcuni cavalletti e mezza dozzina di basi per le sculture; grandi parallelepipedi di legno truciolare che, con molta fatica, facendosi aiutare da un passante mattiniero, riuscì ad issare fino a quell’altezza.

Quando l’amica Giovanna scese dalla macchina del marito, che l’aveva accompagnata al Club, trasecolò.
“O Sveva, o che hai combinato? Come facciamo a portarci dietro tutta questa roba?!”
“Le vie del Signore sono infinite!”
“E tutte portano a Roma?”
“Speriamo!”

XXX

Sveva intanto si era accorta che il bollo auto era scaduto , che una ruota era semisgonfia e , per di più, non si trovava il foglio complementare con il permesso di poter trainare il carrello.
“Bisogna partire lo stesso!” – disse decisa, guardando l’orologio – “Altrimenti non arriveremo in tempo per scaricare stasera!” – Sapendo che i locali del Centro X chiudevano ad una certa ora del pomeriggio.

“Topolino parte per la villeggiatura!” – Ella esclamò ricordando alcune vignette di Wall Disney, mentre provava la frizione consumata, che non aveva fatto riparare , sempre per mancanza di tempo!

Evitando accuratamente le autostrade, fermandosi ogni tanto a far rigonfiare la gomma che non teneva, (quella di scorta era ancora in condizioni peggiori!) , cambiando velocemente direzione o fermandosi, quando apparivano pattuglie di carabinieri o della Guardia di Finanza, presero la litoranea e si avventurarono in quella pazza spedizione artistica, ammirando il panorama che, per la prima volta, avevano la possibilità di osservare insieme.

Le balze delle colline umbre, lucide d’erba in gradazioni diverse di verde, dal più pallido al più intenso, erano tutte una fioritura di bacche rosse; piccoli cespugli selvatici, disseminati ovunque e cosparsi di granuli dal colore del sangue.

E la vista di questa campagna lussureggiante, ispirò a Sveva dei versi che ella si mise a recitare ad alta voce.
Giovanna rideva, nell’ascoltare l’amica che narrava “le alterne vicende del suo sesso”.
Quella pazza che affermava: “Porto i miei amori / nelle tasche del cuore / e ogni tanto controllo / che non si perdano!”
E continuava: “Corro verso Roma / con il vessillo della donna forte / e con il marchio della donna sola…”

XXX

Come Dio volle, arrivarono a Roma allegre e soddisfatte di averla fatta franca , in barba alla polizia.

Ma, ahimè…imbottigliate nel traffico della metropoli, con il carrello che impediva le svolte brusche e le inversioni ad U , si trovarono ben presto in difficoltà.

Passata l’ora di chiusura del Centro X, ancora se ne andavano errando per strade sconosciute, senza sapere dove sostare per la notte, senza trovare un garage che potesse ospitare macchina e carrello insieme.

Dopo mezzanotte, bloccate in una piazzetta in salita, la quale non presentava vie di uscita diverse da quella dalla quale erano entrate, non riuscirono a girare il carrello.

Pertanto, si trovarono costrette ad infilarsi, senza scampo, in un cancello che si apriva su di un passo, anch’esso in salita, dove spiccava una bella targa sulla quale era scritto:
“Riservato alla Polizia – Divieto di sosta – Anche di notte.”

“E ora?…” – Chiese Giovanna , perché la macchina si era fermata dopo appena un paio di metri, scivolando verso il basso per il peso del carrello, mentre la frizione si rifiutava di funzionare.

“Ora siamo fregate! Lascia che arrivi qualcuno della Polizia e finiamo in gattabuia, come minimo!” – Sveva non ce la faceva proprio più e pensava con terrore a tutte le inadempienze che avrebbero trovato a suo danno, compresa l’assenza di una bolletta di accompagnamento per la merce , per di più in sovraccarico di ben oltre il consentito!

Mentre Giovanna si accendeva la sessantesima sigaretta della giornata, ella tendeva l’orecchio per captare l’eventuale arrivo di qualcuno, studiando cosa avrebbe potuto inventare per giustificare quella incresciosa situazione.

E, soltanto un quarto d’ora più tardi, ella ringraziava pimpante e felice tre giovanottoni muscolosi e baffuti, in divisa di poliziotto, i quali, a braccia, avevano rimesso la macchina ed il carrello sulla piazzetta, il tutto rivolto nel senso giusto…

“Siete gli angeli della notte! Come avremmo fatto, senza di voi!”- Sveva ringraziava suonando la sviolinata per quei “marcantoni”, mentre essi, ridendo, chiedevano alle due “disgraziate” cosa cavolo avessero caricato in quel popò di carrello.

“Menomale che, al posto di questi, non ci sia capitato un pezzo grosso, vecchio e stizzoso, altrimenti…” – Rifletteva Giovanna, scuotendo la cenere dell’ennesima cicca!

Quindi, forti dei consigli dati loro dagli “angeli della notte”, le due sciagurate si diressero verso un albergo periferico dove, finalmente, trovarono ospitalità.

XXX

Il Centro X era al secondo piano di una via centrale molto nota.
Il giorno dopo, la fatica per portare su tutto il materiale, non fu certo indifferente.

In compenso, molte furono le soddisfazioni morali per Sveva, festeggiatissima e sommersa fra targhe e coppe che, naturalmente, avrebbe esposto in bella mostra nel Club.

Al ritorno, però, la stanchezza giocò dei brutti scherzi alla donna che ormai, liberata la macchina dal carico, aveva imboccato l’autostrada.
Cinque volte rischiò di sbandare, per essersi quasi addormentata al volante; e inutilmente Giovanna tentava di tenerla sveglia raccontandole barzellette.

Sveva era completamente fusa e pensava con terrore al giorno in cui sarebbe dovuta tornare a riprendersi il malloppo!

Intanto Osvaldo era già andato a ritirare i quadri della sua mostra, rifiutandosi di attendere la data nella quale anche lei sarebbe ripartita per fare il carico.
Ed ella gli portava il muso, acida per quel comportamento scostante e strafottente.

Ultimamente, sembrava non curarsi più di essere legato a lei pure da un regolare contratto di lavoro e, oltre a non consegnarle ogni mese quel certo numero di quadri che si era impegnato a fare, la escludeva completamente dalle proprie iniziative ed anche dal suo studio.

Però, forse per compassione, accettò di accompagnarla nel nuovo viaggio, ma lo fece di malavoglia, dichiarandosi stanco e troppo oberato dal lavoro.

“Non penserai mica di dormire in albergo?!” – Egli chiese, deprecando il fatto che Sveva la volta precedente, avesse speso una cifra considerevole, per l’unica notte di sosta.

“Cercheremo un posto più conveniente. L’ altra volta non ho potuto scegliere!”
Ribatté ella temendo che Osvaldo volesse dormire in macchina, come minacciava di fare.

Sveva era convinta che, dopo una giornata di fatica ed una nottata rattrappita sui sedili della Renault, ella non avrebbe retto alla stanchezza.




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I MOSTRI A QUATTR'OCCHI (Introduzione) | I° CAPITOLO - UNO STRANO INDIVIDUO | CAP. II°- UN BAMBOLOTTO DI SEGATURA (Cap. II° - Un bambolotto di segatura ) | CAP. III°- VENEZIA - ED ALTRO (Cap. III°- Venezia - ed altro) | CAP. IV° - IL RITORNO DI OSVALDO | CAP. V°- PROFONDO ROSSO (Cap. V° - Profondo rosso) | CAP. VI° - TEMPO DI VIAGGI | CHE BRUTTA FINE PER UN POETA! - CAP.VII° (Che brutta fine per un poeta! -Cap. - VII°) | CAP.VIII° - IL COLLARINO DI PLASTICA ROSA (Cap.VIII°- Il collarino di plastica rosa) | CAP. IX° - I DUBBI DI SVEVA | CAP. X° - LA VENDETTA E LA CONSAPEVOLEZZA (Cap. X° - La vendetta e la consapevolezza) | CAP. XI° - IL NUOVO ECCIDIO DEL MOSTRO | CAP. XII° - SOLUZIONI AMARE | CAP. XIII° - L'INCONTRO CON GIULIA | CAP. XIV° - RIFLESSIONI - E VENNE NATALE (Cap. XIV° - Riflessioni - E venne Natale) | CAP. XV° - COSE DA PAZZI ! | CAP. XVI° - PERIPEZIE IN TOSCANA | CAP. XVII° - LA MOSTRA DI MORTY | CAP. XVIII° - COLPO DI GRAZIA (Cap.XVIII° - Colpo di grazia ) | CAP. XIX° - UN FATIDICO SETTEMBRE | CAP. XX° - UN' ALTRA GATTA DA PELARE (Cap. XX° - Un'altra gatta da pelare) | CAP. XXI ° - CAMBIO DI FAVOLA E SCAMBIO DI RUOLI (Cap. XXI° - Cambio di favola e scambio di ruoli) | menù principale
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