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Giugno 1984 “Andiamo a T a vedere la mostra?” Il Lepre portava un collarino trasparente di plastica rosa, intorno al collo magro dal pomo aguzzo. Un semplice cerchietto, apparentemente senza giunture , che rendeva ancora più fragile e delicato l’aspetto malsano del giovane. “Ancora un segno della mia schiavitù!” – Esclamò rivolto a Sveva che subito pensò ad un regalo di Giulia. Era tornato da Z il giorno precedente e, come ogni volta che si accomiatava da Giulia, sembrava uno di quegli stracci messi in bucato nella cenere, dopo essere stati sbattuti bene bene sulla pietra dalle robuste lavandaie polpacciute che Sveva molte volte aveva visto all’opera, durante gli anni dell’infanzia. Stracci che uscivano dalla conca azzurrognoli e consunti, trasparenti contro la luce, com’era trasparente per la donna l’anima del Lepre, anche se quel giorno non si leggeva attraverso gli occhi slavati e spenti dell’artista. E andarono, nel sole del meriggio di giugno, con la gente che si riversava sulle spiagge, tra il verde rigoglioso dei viali alberati, fiancheggiati dalle tamerici e odorosi di mare. Già le donne scoprivano i seni, sdraiate sopra gli scogli e i fanciulli sguazzavano intorno, lucidi d’acqua; snelli e perfetti, piccoli Dèi marini, ridenti e vogliosi. Il Lepre osservava e commentava, però con tono assente e distaccato, dissertando sulle “tette delle mamme” e sulle forme acerbe delle fanciulle. “Sai, avevo sperato che Giulia mi facesse sposare sua figlia, così avremmo potuto fare una bella ammucchiata!…Mi piacerebbe avere una figlia da chiavare insieme alla madre; altrimenti , per me, non avrebbe alcun significato mettere al mondo creature di sesso femminile.” “Al massimo, potrei desiderare di farmi un figlio, intelligente e bello come sono io, magari con l’inseminazione artificiale o la clonazione. Che odio il concepimento naturale, l’avrai capito, noh!?…” E parlando, fissava con i grandi occhi spenti Sveva, intenta a guidare, accennandole ogni tanto con le labbra pallide, ben disegnate, dei piccoli baci distratti. “Cosa ne dici Gattona…eh…cosa ne dici?…Se non fosse per te non verrei davvero fra questa gente borghese e merdosa che affolla le strade di domenica per andare a pisciare in mare!…Vorrei essere in montagna, fra la neve, a battere i denti!…Vorrei avere un mitra e stendere per terra tutte queste persone inutili!” Sveva ascoltava pensosa, senza rispondere; poi, alla fine, sbottò: “Sei sicuro che tutto questo odio, in particolare rivolto alle “donne”, non derivi dal fatto che la tua Giulia non ha voluto darti quel figlio che avevate concepito, adducendo a pretesto la “necessità” per un “artista come te” di essere libero come l’aria, per poter avere ogni sorta di esperienze e provare qualsiasi emozione? Sei ben sicuro che non amerai mai più una qualsiasi femmina normale, per colpa di quella maledetta, sadica vacca?” “Eh..come t’incazzi!…Giulia non è assolutamente una vacca ma una donna intelligente e moderna che è pazza di me! Perché, Gattona?…Sei forse gelosa? …Vorresti farmelo tu, un figlio?” Sveva, stavolta, ritenne opportuno tagliare l’argomento e, pensando: “Per amor di Dio!…” – aggiunse soltanto: “Non credo che potrei; fortunatamente ho già i “miei figli” e credo che mi guarderei bene dal mettere al mondo altre creature, con i tempi che corrono!” XXX Dopo aver visitato la mostra, il Lepre volle andare a passeggio su e giù per la piazza, fermandosi ogni tanto per rimirarsi nelle vetrine, per sbirciare giovanottoni negri aitanti e pieni di muscoli che leccavano coni gelati e per esprimere desideri davanti ai banchetti di souvenir e cianfrusaglie, allungando il collo, speranzoso alla vista dei frustini di cuoio e delle cinture ricoperte di borchie metalliche. “Quand’è che ti decidi a comprare una frusta per pestarmi un po’ ? …O una bella catena da mettermi come collare per trascinarmi in giro al guinzaglio? Ti ostini ad essere dolce con me e così non mi aiuti proprio!…Pure, Gattona, lo sai che sono un maschio tutto particolare e mi sento attratto solo dalle cose strane? Ecco, vedi? …Dovresti essere come quelle!…” Aveva voltato il capo verso una gallerista piuttosto nota che, a bordo di una rombante motocicletta, ostentava sotto i capelli biondastri tagliati a uomo, occhialoni di specchio ed un viso grinzoso, color caffè-latte. I seni appiattiti sotto una maglietta da marinaio ed i jeans scoloriti che a stento contenevano l’abbondante pancia; stava facendo la ruota intorno ad una sua collega, completamente in blu, in tailleur pantalone dal taglio nettamente maschile. Sveva, per l’occasione, aveva indossato una tunica lunga con spacchi, molto colorata, che richiamava gli abiti delle donne asiatiche e si sentiva intorno al collo i grani asciutti e rassicuranti di una collana fatta di caldi semi tropicali; di conseguenza indirizzò alla volta del Lepre un’occhiata fra lo scocciato e il compassionevole! “Andiamo piuttosto a mangiarci un gelato, dai!…” “Voglio il verde, il rosa e l’azzurro!” Intimò il Lepre molto deciso alla ragazza in camice bianco che guardava incuriosita quel personaggio da cartone a fumetti, una via di mezzo tra un robot e un animale selvatico, infilato a forza dentro una guaina di pelle nera. “Non ti piacerà!” L’ammonì Sveva. “Ma sono belli i colori!” Il Lepre, dopo il primo assaggio, faceva le boccacce. Come previsto, un attimo dopo attingeva con la sua paletta dal cono di Sveva la stracciatella e lo zabaione “Sai, Gattona, ci stanno guardando tutti!”…E sembrava quasi felice! “Sfido io…dove li raccolgono due fichi così, in un colpo solo!?…” XXX Il sole stava tramontando, mentre i due tornavano verso casa. Sulla sinistra della strada, da un campo di rifiuti, pezzi di specchio riflettevano dardi rossastri, illuminando cumuli di rottami ed oggetti sporchi. “Mi fai fermare?…Mi fai andare a spaccare qualcosa?” Chiese il Lepre e scese d’impeto spalancando con violenza lo sportello. I suoi occhi avevano acquistato tutt’a un tratto vivacità. A passo spedito, con quella particolare andatura caracollante, corse ad agguantare il sasso più grosso che riuscì a sollevare da terra e cominciò a lanciarlo contro ogni oggetto che potesse spaccarsi ancor di più di quanto non lo fosse già. E volarono schegge di vetro, spezzoni di gabinetti, tubi di lavandini, tacchi di scarpe, teste di bambolotti… Ad ogni centro, ad ogni bersaglio colpito, il Lepre si girava verso Sveva che era rimasta seduta in macchina ad osservare quella pazza pantomima, allargando le braccia nel gesto trionfale degli acrobati dei circhi equestri che, dopo aver eseguito un triplo salto mortale, chiedono l’applauso del pubblico sotto shok, allargandosi dietro le spalle le ali dei mantelli carichi di lustrini. Ma Sveva non applaudiva; aveva i raggi del tramonto negli occhi che si erano riempiti di lacrime. Non poteva applaudire all’angoscia che cresceva in lei ogni volta che il Lepre dava sfogo alla sua nascosta violenza. Seppe appena sorridere: un sorriso tirato e poco convinto. Poi, asciugatesi le guance con il dorso della mano, scese, si avvicinò al Lepre e ordinò in tono calmo ed affettuoso: “Andiamo… andiamo lupacchiotto, ché è tardi!” XXX Morty, come ogni volta che si lasciava andare ad un eccesso di violenza, sembrava sfinito e se ne andò dicendo che voleva andare a letto presto, lasciando il collarino, tolto per risciacquarsi viso e collo, sopra in tavolo del Club. Il mattino seguente, Sveva, prendendolo in mano per osservarlo da vicino, fu tentata di nasconderlo : “Non gli renderò questo aggeggio vergognoso..” – Pensava – “Tanto, ci scommetto, non ricorderà neppure dove lo ha lasciato!” Lo ripose in un cassetto e non ci pensava già più quando, al pomeriggio, lo squillo del telefono annunciò una mezza tragedia. La Mamtide chiedeva, con la voce rotta dall’angoscia, se il figlio avesse lasciato lì il cerchietto rosa. “Mi ha fatto impazzire...mi ha accusato di averglielo nascosto!...Per favore, rendiglielo quando viene da te!...Ha costretto suo padre a girare insieme a lui tutte le bigiotterie della passeggiata per vedere di trovarne un altro uguale!” A Sveva venne proprio da ridere, ma si trattenne: “Va bene…va bene!” A sera, Morty arrivò col muso lungo ed ella non gli accennò del collare. Voleva verificare le sue reazioni. Egli aveva promesso di accompagnarla a teatro ma ora sembrava non averne più l’intenzione. La donna si mostrò accomodante: “Se non ti va, potremmo fare un giro, dove vuoi tu…” “Non mi va di andare in giro...non mi va di guidare...mi va di non fare niente di niente!!” “Allora, come mai sei qui?” “Non mi andava di stare in casa.” Sveva però si spazientì e alla fine lui sembrò decidersi per la prosa. Ma era nervosissimo e lei, pensando che lo fosse ancora per il collarino, provò a tirarlo fuori da dove lo aveva riposto. “O questo?!...Me lo avevi nascosto tu!?...” - Strillò il Lepre con gli occhi fuori dalle orbite. “Volevo metterlo alla mia gatta ma non le è piaciuto!” La donna rideva. Le pupille di Morty, invece, scintillavano di rabbia. “Porca puttana!” – imprecò – “Ho girato tutto il giorno per trovarne uno uguale! Due rotte in culo di commesse me ne hanno rifilato uno che non va bene...quelle troie!...E poi mi sfottevano...quando hanno saputo che volevo acquistarlo per me!...Per colpa tua ho speso diecimila lire e ora dovrei anche accompagnarti a teatro?!” “Ti prego di farla finita!” – Esclamò duramente Sveva. Non le piaceva la situazione e cominciava a non sopportare più né Morty né sua madre e, meno che mai, gradiva bestemmie e imprecazioni. Mise fuori due fogli da diecimila e li sbatté sul tavolo: “Tieni!..Con questi pagaci l’ingresso e smettila con tutte le tue stronzate!!”. Il Lepre, per un po’, fece finta di non accettare i soldi; ma visto che la donna insisteva, li intascò. “Non ha un briciolo di dignità!” – pensava Sveva mentre, più tardi, egli disturbava lo spettacolo all’aperto sussurrando cretinerie. Ed ancor più ella si convinceva di quanto potesse essere dura la lotta se si fosse fatta commuovere dalle insistenze della Mamtide che, ora, le telefonava quasi quotidianamente, tentando di affibbiarle la responsabilità di organizzare qualcosa per il figlio! |
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