CAP. XIV° - RIFLESSIONI - E VENNE NATALE

Dicembre 1984



Durante il periodo trascorso a Z, nelle ore in cui il Lepre era a scuola, Sveva aveva scuriosato qua e là nell’appartamento, scoprendo cose molto interessanti.

C’erano, in un cassetto, alcune lettere che Giulia aveva spedito al Lepre dai mari del Sud, dove, un po’ di tempo prima, si era recata in vacanza con un altro dei suoi amanti, un importante e famoso fotografo.
Ella rivolgendosi a Morty, prometteva di spaccargli le mascelle e tagliuzzargli le natiche “per punizione”, quando sarebbe tornata a Z e firmava con tagli di lametta sulla carta e goccioline di sangue intorno al proprio nome!

In uno scompartimento dell’armadio, invece, c’era un sacchetto di nylon trasparente pieno di cianfrusaglie femminili: rossetti, ciprie, profumini, catenine, fermagli ecc…
e, sempre nell’armadio, in un cassetto di fondo, Sveva vide tante fotografie un po’ ingiallite e sciupacchiate, come quelle che si tengono nel portafoglio per ricordare bambini, parenti ed amici cari.

Le cronache avevano riferito che il “Mostro” spargeva sempre per terra il contenuto delle borsette delle sue vittime, appropriandosi degli articoli da toilette e delle fotografie
trovate nei portafogli!…
Che anche questa fosse una semplice coincidenza ?
Sveva lo riteneva poco probabile…

Tutto questo, sommato alle 252 piccole composizioni fotografiche che il Lepre le aveva lasciato in visione dopo il viaggio in Turchia, non faceva altro che accrescere i timori
della donna, divenuta ormai sospettosa e sempre all’erta.

Aveva capito ormai che non avrebbe potuto allentare la guardia, nemmeno per un istante, se non voleva lasciarsi cogliere alla sprovvista dalla imprevedibilità de Lepre e, soprattutto, non poteva, in ogni caso, dare segni di debolezza.

Ancora non aveva avuto tempo di esaminare attentamente quelle piccole immagini che Morty aveva chiamato “Memory” ma, ad una prima occhiata, aveva subito notato quanto quegli studi fossero particolari.

Già il fatto stesso che egli si fosse ritratto proprio come “il Mostro”in decine di quei montaggi, addirittura con una svastica al posto del cervello e con due fori di proiettile, uno sulla guancia destra e l’altro sotto l’orecchio sinistro, i due punti dove il Mostro dava il colpo di grazia rispettivamente alle femmine e ai maschi, era agghiacciante.

C’erano poi delle file di lettere e di numeri molti significativi: per esempio la ripetizione per 8 volte della sigla “74 F” seguita da tre numeri sempre diversi ( vedi per 8 le coppie uccise, 74 l’anno in cui la pistola aveva ripreso a sparare dopo il 1968 – F per Firenze e i tre numeri che potevano forse indicare la distanza in chilometri colmata dal Mostro per ogni delitto).

Sveva era convinta che nelle scritte in inglese che corredavano quelle immagini, si dovesse trovare la chiave di lettura di tutto l’album del Lepre, visto che ella vi aveva letto già perfino la “motivazione” per cui il Mostro avrebbe ucciso e precisamente: “START BUTTON - Push down together with Gear Button to start a race!”


XXX

Durante il viaggio di ritorno a T, il Lepre si era mostrato assente e nevrotico, come ogni volta che si riavvicinava ai genitori; e i suoi pensieri erano persi nel ricordo di Giulia
dalla quale – disse – non aveva intenzione di staccarsi, nonostante tutto quello che era successo e pur sapendo quali sarebbero state a proposito le decisioni di Sveva

Ella, che era già stata molto esplicita in precedenza, confermò duramente il proprio parere, guidando distratta e tesa, attraverso un paesaggio denso d’umidità e di brividi.

“Se intendi rivedere Giulia, dovrai rinunciare a me! Se mi darai ascolto e cercherai di collaborare con impegno e serietà, bene; altrimenti segui la tua strada e , per favore lasciami andare pacificamente per la mia!”

Ma egli insisteva dicendo di non aver ancora capito il motivo per il quale avrebbe dovuto rinunciare ad una o all’altra delle due, al che, Sveva, preferì smettere addirittura di rispondergli e non gli rivolse più la parola fino al loro arrivo a T.

A casa del Lepre, furono subito aggrediti dai genitori di lui che si lagnarono per le scarse telefonate e rimproverarono soprattutto la donna, perché non gli aveva tenuti abbastanza al corrente degli sviluppi della situazione.

Ella, che aveva evitato di proposito di telefonare perché le chiacchiere della Mamtide erano interminabili, con enorme spreco di gettoni, fra l’altro difficili da reperire nella zona in cui abitava il Lepre a Z, fu molto scocciata e rispose in malo modo.

Non intendeva prestarsi ulteriormente alla pantomime dei tre, visto che, tanto, i suoi tentativi di far ragionare quell’animale del loro figlio, sembravano completamente vani.

Ora che la malattia era superata e le era tornata la voglia di lavorare, desiderava frequentare di più i suoi figli e prepararsi a vivere le prossime feste natalizie con la massima serenità.

XXX

Nei giorni che seguirono, infatti, i rapporti con gli Scorpio si allentarono e Sveva si sentiva come liberata.
E se non ci fosse stata l’insistenza della Mamtide, la quale le faceva trovare continuamente bigliettini scritti a matita infilati sotto la porta dell’ingresso, chiedendole ostinatamente di denunciare Giulia, forse sarebbe anche riuscita a dimenticare tutta la faccenda e fingere che il Lepre non fosse mai esistito.

Egli era ripartito da solo, preannunciando alla madre che avrebbe rivisto la sua amica il giorno seguente; e la vecchietta era eccitatissima e cercava disperatamente una maniera per tenere lontano il figlio da “quella là” che lo voleva rovinare!

Arrivò addirittura a proporre a Sveva una vacanza di fine anno sulla neve insieme al Lepre che, disse, avrebbe pagato lei per intero e si mise anche a telefonare a destra e a manca, per trovare il posto adatto!

Ma Sveva sapeva bene che le cose non sarebbero andate secondo i desideri della “cara” donnina, come sapeva che la mostra era ormai saltata e che i mesi a venire sarebbero stati freddi e duri per le proprie finanze, senza un solido programma di lavoro da presentare!

Comunque, si lasciò coinvolgere di nuovo dalla Mamtide a scrivere una lettera ai “diabolici amanti” del figlio, ossia Giulia e suo marito, per avvertirli che, nel caso il loro comportamento avesse causato seri danni alla psiche o al fisico del Lepre, già notevolmente compromessi, ella si riservava di denunciarli e di rivelare tutto quello che sapeva sul loro conto a chi di dovere.

A seguito di questa missiva, il Lepre telefonò incazzatissimo.
Una serie di telefonate a raffica alle quali la donna non si degnò mai di rispondere, stanca di tutto quel “casino”e preoccupata soltanto di dover pagare gli affitti e le bollette della galleria e dell’appartamento, che gli Scorpio avevano promesso di corrisponderle almeno per i mesi di novembre e dicembre e che invece ora fingevano di aver dimenticato…

XXX

E venne Natale; come al solito, negli ultimi anni, pieno di problemi.
La vigilia, Sveva era seduta nel piccolo ufficio della sua galleria, stanca e sconvolta per quell’accavallarsi di avvenimenti negativi e, dietro il paravento, con la testa fra le mani, tentava invano di trovare una soluzione.

Da molti giorni andava avanti a pancotto e spaghetti conditi male.
Si sentiva vecchia e sporca; non si era più fatta i capelli, che erano stinti e arruffati e, per di più, stava attraversando i giorni “critici” di ogni mese.

Mentre, così disperata, si lambiccava il cervello, silenziosa come sempre, le apparve davanti la Mamtide.

Sveva sussultò. Questa presenza che, mai desiderata, s’intrometteva nella sua vita e pretendeva di dirigerla a modo proprio, era diventata l’incubo dei suoi giorni e delle sue notti.

“Che c’è?” – Chiese allarmata, asciugandosi gli occhi col dorso della mano.
“C’è che mio figlio ci fa vivere l’inferno!…Mi fa morire!…Ti prego, aiutami!”
“Non so proprio come potrei…Mi sembra di aver fatto tutto quello che mi era possibile e non è servito.
E poi, ho cose ben più gravi a cui pensare!”

“Come, cose più gravi?…Quali cose?” – Rispose la Mamtide con l’aria scandalizzata che assumeva ogni volta che qualcuno aveva l’ardire di anteporre altre cose a “suo figlio”.
Il disappunto le faceva balenare gli occhioni bistrati e i riccioletti penduli ai lati del viso ondeggiavano increduli sotto la sciarpetta traforata.

“Sono nei guai… un mare di guai …e ci sto sprofondando dentro…anche per merito vostro!
Dovrei trovare otto milioni in cinque giorni!…Non è certamente uno scherzo!”
Ribadì Sveva molto seccata dall’atteggiamento della donnina.
E scoppiò in un pianto dirotto, perché era arrivata ormai al limite della sopportazione.

“Che sciocchezze!…Ti aiuterà mio marito a risolvere tutto!…Ti ho già detto altre volte che non ti devi preoccupare…Lui conosce persone influenti.Ti troverà i soldi!
Dai, smettila!…Guarda piuttosto di venire stasera a casa mia, perché IO VOGLIO che mio figlio la finisca di farci dannare e soltanto se vieni tu lui si calma!…Ci ha minacciati di ripartire; dice che qui non ha più motivo di restare ed io non vivo più. Sto proprio male…”

“Non so che farci…Non sono nello spirito adatto.”
“Come? Cosa ti costa salire un momento da noi? Non vorrai farci trascorrere un Natale da cani?!”

Nonostante il disgusto, Sveva sentì che stava ancora per cedere. L’insistenza della vecchietta le faceva venire i crampi allo stomaco!
“Dovrei cercare una scusa…magari portarle un regalo!…” – E intanto pensava ai pochi spiccioli rimasti nel borsellino.
L’indomani avrebbe avuto bisogno di fare benzina per andare a trovare i suoi figli e poi, in casa, non aveva più niente ; nemmeno il sapone!

Guardò con tristezza una “stella di Natale” rossa che aveva acquistato per abbellire la galleria e che risplendeva sopra un basamento da sculture. Avrebbe dovuto sacrificare anche quella.

“Va bene…va bene…troverò un sistema!” – Annuì sospirando. “Ma proprio perché è Natale e non abbiate a dire che non mi sono voluta prestare per togliervi dal brodo bollente!” - Si sentiva sfinita.

La Mamtide se ne andò speranzosa ma Sveva, mentre le ore passavano, sentiva crescere dentro di sé lo spirito della ribellione.
“Perché devo sempre cedere di fronte e questa donna dispotica e noiosa?
Ora dovrò andare; privarmi ancora di qualcosa che mi appartiene per fare contenta lei…e magari sarò ancora maltrattata da quel pazzo del figlio e rimproverata dal presuntuoso del marito!…Perché mi sono lasciata convincere?”

Però, si mise a cercare un cartoncino natalizio già usato e ne tagliò via la parte scritta.
Sotto l’illustrazione, appose con la penna biro: “A papà e mamma Scorpio, con l’augurio che, come ha fatto fiorire questa pianta, Gesù faccia fiorire anche le rape!”
Ed ella voleva alludere così non solo alla “testa di rapa” del Lepre ma anche ai rapini rinsecchiti che quotidianamente la Mamtide serviva in tavola come contorno.

Poi, trovò un foglio di carta crespata rossa e ricoprì il vaso della piantina, aggiungendovi pure un bel fiocco lucido (anche questo riciclato) e vi spillò il bigliettino.

Intanto, dopo la visita della strega, in galleria non era entrato più nessuno, pur essendo la vigilia di Natale; quasi che, uscendo, ella avesse lasciato dietro di sé una malefica e pestifera scia di veleno!

XXX

A sera, Sveva chiuse tristemente le vetrine e, in macchina, si avviò verso la casa di Morty.
Andava piano, contro voglia. Il presentimento di cose spiacevoli era tormentoso.

Arrivata, suonò ed attese; la voce stridula della Mamtide, la invitò con sollecitudine dall’alto delle scale.
“Ma guarda chi c’è…che sorpresa!…Vieni…vieni…Uh, che bello!…Perché ti sei voluta disturbare? – E intanto si sbracciava in gesti molto eloquenti alzando gli occhi al cielo e facendo le boccacce.
“Ti prego…entra! Vuoi cenare con noi?”

Il Lepre era in camera sua, con la porta aperta e stava di spalle, con il viso rivolto alla parete, fingendo di disegnare.
Portava il maglioncino con le greche colorate, i pantaloni con le cerniere e la cintura con i teschi. Non si mosse di un capello.

La madre continuava la mimica, ammiccando ed alzando le braccia, come disperata.
Il Prof. Scorpio, invece, leggeva il bigliettino.

“Sono passata soltanto per fare gli auguri!…Scusatemi ma devo proprio andare” – Disse Sveva. E, rivolta al vecchio: “La prego Professore, lo faccia leggere anche a suo figlio!”

Ella si stava già dirigendo verso l’uscita, ma la Mamtide la prevenne e si piazzò davanti all’uscio bloccandolo con la propria persona.
“Ehi…figliolo…vieni qui!…Esci di camera…guarda chi c’è!” – E intanto, la strega, non si scostava dalla porta!

Il Lepre si affacciò dalla camera con aria assente, senza guardare Sveva, mentre il padre gli ficcava il biglietto in mano.
Egli lo rigirò davanti e dietro, ma non lo lesse ; poi si tastò il moschettone da bovi che teneva agganciato alla cerniera dei calzoni e fece dietro front senza dire una parola.

La vecchia lasciò momentaneamente la porta per andare a prendere il figlio per un braccio. “Sei un maleducato!…Lei è venuta a fare gli auguri e tu…nemmeno la saluti!…”
E lo trascinava verso Sveva che tentava disperatamente di aprire la serratura per
scappare via dicendo: “Non importa…non importa!…Buona sera!”

“No no…” – Di nuovo la strega – “Tu non te ne vai, a meno che Mortimer non venga con te!” – E, rivolta al figlio – “Tu, ora, ti vesti e l’accompagni!”

Sveva protestava: “E’ meglio di no…Sono stanca e voglio andare a lavarmi e a riposare!…”
Macché…tutto inutile! La vecchia aveva tirato il chiavistello e, afferrato saldamente
Morty gli stava infilando il giubbetto di pelle.
Quindi, visto che Sveva era riuscita finalmente ad aprire ed era già a metà delle scale,
spinse letteralmente giù per i gradini il figliolo sbraitando: “Resta a cena da lei e non tornare a casa!”

Imbambolato e passivo, il Lepre camminava quasi barcollando dietro alla donna, con il bavero bianco del giubbetto che gli era rimasto per metà infilato dentro, sopra la spalla sinistra.
Mentre ella pensava con sgomento alle poche foglie d’insalata che avrebbe dovuto dividere con lui!

Il cappotto le pesava come un macigno e gli stivali parevano di piombo. Era veramente la peggior cosa che potesse capitarle, quella sera!

Nessuno dei due apriva bocca. Quando entrarono in casa di Sveva, ella fece cenno al Lepre di sedersi e, dopo essersi cambiata , sempre in silenzio, mise due piatti sul tavolo
e condì l’insalata.

Fu allora che Morty sbottò: “Grazie, Sveva…grazie! Perché immagino che, a questo punto, ti dovrei pure ringraziare!” – E lo disse con cattiveria, perché era molto irritato.

Ma la donna non rispose. Fissava il Lepre da cima a fondo; poi cominciò a ridere…e rise…rise… fino a farsi venire le lacrime agli occhi.

L’assurdità della cosa, il paradosso, potevano avere solo due soluzioni: il pianto o il riso ed ella aveva scelto la seconda.
Ma il Lepre, come al solito, non aveva capito che si trattava di un riso nervoso e cominciò ad osservarsi preoccupato dappertutto, pensando che la donna volesse prenderlo in giro.

Egli aveva abbassato la guardia e Sveva ne approfittò subito per capovolgere la situazione: “ Come sei buffo quando ti arrabbi!”

Poi ella proseguì: “Penso che tu sia venuto qui soltanto per avere delle spiegazioni. Cos’è che vuoi sapere?”
“La mia amica dice che non vuole più vedermi perché è stata offesa da te e l’hai minacciata di non so cosa! La mia amica piangeva per colpa tua e mi ha detto che devo scegliere fra lei e te!”

“Non ho più visto né sentito Giulia da quella volta che mi ha preso a schiaffi a casa tua
e, per il rimanente, tu hai già scelto dal momento che sei rimasto in contatto con i tuoi cari amici. Se stai bene con loro, restaci!
Però, se vuoi sapere cosa ho scritto a loro, questa è la copia della mia lettera, che ho fatto recapitare anche ad un mio legale di fiducia!
Leggila attentamente e, se trovi una sola parola che non corrisponda alla verità, dico una sola parola, mi potrai fare ingoiare tutti i fogli! Se invece, tutto corrisponde, esci subito da rompermi i corbelli e non farti vedere mai più!

Bada, io non ho nessuna paura di rivelare i vostri sudici affari! Perché, invece di andare all’estero, nei bordelli, dove la tua amica si fa sedici uomini in un giorno per farti piacere, non vi mettete a fare sesso sulla pubblica piazza, o magari a scuola, dove insegnate tu e Giulia?

O anche negli uffici della ditta o nei salotti bene, dove lavora e si muove il tuo manager del cacchio, di fronte a chi lo stima e gli dà i soldi da andare a spendere con i ragazzini, per le sue porcherie!”

Il Lepre stava sfogliando lo scritto e le sue lunghe dita, con i teschi degli anelli che brillavano sotto la luce della lampada, denunciavano il suo nervosismo.

Disse soltanto:“Cos’è questo linguaggio di merda che hai usato? Cos’è questa cosa squallida? Non ti sei accorta di come hai scritto?” –Il Lepre alludeva al linguaggio burocratico usato dalla donna che, avendo venduto pubblicazioni legali, conosceva qualcosa dei codici, il civile ed il penale.

“Soltanto quello che resta di tutta la vicenda, spogliata degli orpelli, senza le infiocchettature della tua sporca fantasia! Come quello che resterebbe di te, una volta che ti fossi tolto di dosso tutti quei fronzoli!” – Esclamò Sveva, proprio con l’intento di ferirlo, di toglierselo di torno!

Il Lepre si era zittito di nuovo. Quindi allungò il labbro superiore e se ne andò sbattendo la porta. Ma era rimasto scosso.

Ella, invece, si gettò bocconi sul letto gelido, di traverso, completamente svuotata e stroncata. Mentre le campane, fuori, spargevano allegrezza nei cuori di coloro che si dirigevano verso le chiese addobbate di luci e di fiori.

Fiori rossi e vivi, come le macchie del sangue con il quale il Lepre aveva “forse” imbrattato i giorni più caldi della propria esasperata giovinezza.

XXX

La mattina di Natale, Sveva si destò tardi, con le palpebre che sembravano albiccocche per il troppo piangere ed un trapano che le ronzava nel cervello.

I suoi ragazzi, a quell’ora, sarebbero stati già ai fornelli per preparare il pranzo e lei era sempre lì a brancolare tra gli abiti da indossare e a cercare di trattenere nuove lacrime che, ormai senza controllo, ricominciavano a fluire.

Infine partì, inforcando gli occhialoni scuri. Per il gonfiore agli occhi, avrebbe dato la colpa ad un insistente mal di testa, seguito ad una infreddatura.

In compenso, dopo un po’, il sorriso dei suoi figli era riuscito a consolarla.
Era così bello trovarsi con loro!
Si erano fatti veramente onore, in cucina; ed il buon pasto abbondante, prometteva un certo relax. Ma, erano ancora al risotto, quando squillò il telefono.
“La solita rottura di palle!”- Annunciò il figlio minore che era andato a rispondere.

La Mamtide squittiva dall’altra parte del filo.
“Mio figlio è uscito di casa e non è ancora rientrato. Come mai?…Cosa ti ha detto? Che cosa ha fatto?…E tu gli dovevi dire quello…e tu gli dovevi rispondere quest’altro…”
E così per trenta minuti abbondanti di tortura, mentre Sveva la supplicava inutilmente di farla finita!

Addio risotto di pesce!...Concerto in T.V. - …Addio pace, volatizzata…sparita..nel nulla!
Sveva non riuscì più a mangiare né a calmarsi, perché le lacrime avevano ricominciato a scendere spontaneamente e finivano nel piatto, tra le occhiate perplesse dei suoi familiari.

Alle 16 era già ripartita, per andare a rintanarsi tra le lenzuola. Ma, invece di dormire, ripercorse con la mente tutti gli ultimi Natali della sua vita, a partire dall’anno in cui
era morta la sua figlioccia diciottenne che ella aveva amato come una figlia vera...
Da allora, ogni Natale le aveva portato soltanto lutti, abbandoni, delusioni e miseria.

Ed ora si trovava senza salute e senza un soldo alla mercè di una famiglia di pazzi che pretendevano di gestire la sua vita a modo loro!
E, in più, c’era lo spettro di Giulia che, da lontano, si faceva beffe di tutto questo, consapevole del proprio malvagio potere!
Che schifo!

XXX

Erano le dieci di sera quando una scampanellata prepotente, a lei ben nota, la fece sussultare.
Il Lepre, come se niente fosse accaduto, le chiedeva di accompagnarlo a “fare un giro” in macchina perché aveva bisogno di parlarle…

La donna si fece coraggio e scese…ma…invece di parlare, ambedue non accennarono una sillaba per qualche chilometro, nell’angusto abitacolo della Mini.
Finché egli decise di fermarsi e accompagnò Sveva in un bar per “ingozzarla” letteralmente di cioccolatini, perché “sorridesse ed abbandonasse quell’aria da funerale…”

Ed ella capì allora che, bene o male, non avendo al momento alcuna risorsa, sarebbe stato meglio stringere i denti e sopportare ancora un po’.


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I MOSTRI A QUATTR'OCCHI (Introduzione) | I° CAPITOLO - UNO STRANO INDIVIDUO | CAP. II°- UN BAMBOLOTTO DI SEGATURA (Cap. II° - Un bambolotto di segatura ) | CAP. III°- VENEZIA - ED ALTRO (Cap. III°- Venezia - ed altro) | CAP. IV° - IL RITORNO DI OSVALDO | CAP. V°- PROFONDO ROSSO (Cap. V° - Profondo rosso) | CAP. VI° - TEMPO DI VIAGGI | CHE BRUTTA FINE PER UN POETA! - CAP.VII° (Che brutta fine per un poeta! -Cap. - VII°) | CAP.VIII° - IL COLLARINO DI PLASTICA ROSA (Cap.VIII°- Il collarino di plastica rosa) | CAP. IX° - I DUBBI DI SVEVA | CAP. X° - LA VENDETTA E LA CONSAPEVOLEZZA (Cap. X° - La vendetta e la consapevolezza) | CAP. XI° - IL NUOVO ECCIDIO DEL MOSTRO | CAP. XII° - SOLUZIONI AMARE | CAP. XIII° - L'INCONTRO CON GIULIA | CAP. XIV° - RIFLESSIONI - E VENNE NATALE (Cap. XIV° - Riflessioni - E venne Natale) | CAP. XV° - COSE DA PAZZI ! | CAP. XVI° - PERIPEZIE IN TOSCANA | CAP. XVII° - LA MOSTRA DI MORTY | CAP. XVIII° - COLPO DI GRAZIA (Cap.XVIII° - Colpo di grazia ) | CAP. XIX° - UN FATIDICO SETTEMBRE | CAP. XX° - UN' ALTRA GATTA DA PELARE (Cap. XX° - Un'altra gatta da pelare) | CAP. XXI ° - CAMBIO DI FAVOLA E SCAMBIO DI RUOLI (Cap. XXI° - Cambio di favola e scambio di ruoli) | menù principale
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