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Ottobre, novembre e dicembre 1985 Certo, le ore di Sveva erano molto dure, dato che ella ci teneva a dimostrarsi efficiente e volonterosa! Già dal terzo giorno dalla sua assunzione, la Diva aveva cominciato ad invitare a casa personaggi di grosso calibro, forse anche per saggiare le capacità della donna. Ed ella si doveva barcamenare tra fornelli, argenterie, tovaglie ricamate…oltre a pensare al guardaroba, alla spesa e a rispondere al telefono che squillava in continuazione, insieme al campanello della porta. La Diva era la regina del quartiere; ed era un susseguirsi di omaggi da parte dei commercianti, di visite di colleghi o di amici, di fotografi e di giornalisti. Sveva l’aveva sempre immaginata molto diversa da quello che era in realtà. E il fatto che la “Signora” esasperata urlasse nel telefono parolacce con tutto il fiato che aveva o girellasse per le stanze nuda come un bruco, mettendole le chiappe sotto il naso ogni volta che si chinava a frugare nei cassetti di cucina, era un duro colpo da sopportare! Sveva si sentiva molto “oggetto” e, come tale, avrebbe avuto bisogno di quattro ruote, per spostarsi più velocemente attraverso il lungo salone che collegava le varie stanze della casa; specialmente quando la Diva scampanellava nevroticamente dalla camera da letto. In compenso, la ragazza delle pulizie, che faceva servizio la mattina, era una creatura ferma e dolcissima; una giovane sposa emiliana, robusta e soda, nata apposta per far brillare gli ottoni e stirare le pieghe dei letti. Sveva si sfogava a chiacchierare con lei mentre le dava una mano a tirar su i tappeti e le coperte, che il compagno della signora strapazzava senza pietà e senza rispetto, seminando dappertutto pedalini sporchi mischiati a fogli battuti a macchina, a mozziconi di sigaretta e tazzine sporche di caffè. XXX Comunque Sveva stava bene, lassù vicino al cielo che si faceva ogni giorno più grigio, in attesa dell’inverno. Però, la sera, mentre apparecchiava la tavola rotonda vicino alla vetrata del salone, la poetica urbana di quel panorama costellato di lumi velati dallo smog, le faceva dolere il cuore. Allora, andava ad annaffiare le roselline selvatiche sul balcone e respirava forte, tentando di lenire quella pena che le arrivava da lontano. Da un trascurato giardino di campagna, dove due ragazzi, una bambina bruna ed un giovinetto biondo, giocavano a nascondino con l’immagine della mamma, inafferrabile e strana, confusa tra la terra e il cielo, fra miseria e nobiltà, tra angeli e demoni. Una mamma tanto diversa da quella di Francesca o di Stanislao, o da quella di Cristina e di Roberto! XXX Con il trascorrere dei giorni, il lavoro di Sveva si appesantiva. Le mansioni che le venivano affidate, erano sempre più numerose ed ella si chiedeva se non avesse sbagliato a mostrarsi tanto disponibile e capace. Era la storia di sempre: più uno dà e più gli altri pretendono. La donna , nelle ore di libertà non usciva quasi mai, perché non sapeva dove andare e cosa fare fuori, senza poter coltivare i propri interessi o avere un posto per riposare in santa pace e, pertanto, continuava a lavorare in guardaroba, aggiustando gli oggetti che la signora aveva maltrattato per incompetenza o per qualcuno degli scatti d’ira che la distinguevano, senza ottenere nemmeno un briciolo di riconoscenza. Cosìcché prese in affitto un piccolo locale in una “casa di ringhiera”, trovato ad un costo irrisorio e ad una mezz’ora di viaggio in tram. Pensava che avrebbe potuto portarsi da casa un po’ di materiale utile a tenere contatti con qualche galleria e, magari, poter continuare parallelamente la propria attività di manager per alcuni dei pittori che conosceva, arrotondando così i suoi introiti mensili, che non erano certamente un granché. Intanto, fra il lavoro per la Diva, i viaggi settimanali per visitare la famiglia e la provvisoria sistemazione del piccolo appartamento, Sveva sgobbava a più non posso e stava perdendo peso. Mentre, dovendo stare spesso con le mani nell’acqua, i dolori artritici si erano accentuati, costringendola a camminare con le pianelle e a ritirarsi più presto la sera, lasciando che la Diva si arrangiasse da sola se arrivava improvvisamente in compagnia di persone invitate a cena. Con il risultato che al mattino seguente, trovava il bigliettino quotidiano sul tavolo di cucina, con l’elenco delle mansioni da svolgere che si allungava ogni giorno di più! Considerando poi che molte volte si doveva comperare anche il cibo, poiché in casa della signora si praticavano diete con alimenti che a Sveva davano semplicemente la nausea, fra telefonate a casa e acquisti di oggetti personali, non è che il tutto presentasse molti vantaggi! XXX Frattanto il Lepre, le rare volte che si erano incontrati, si era mostrato sempre più scorbutico e sgarbato, anche perché gli era arrivato lo sfratto pure per il monolocale di Z ! Stava coltivando la sua relazione con la tartarughina, dalla quale riceveva lunghe lettere che andava a leggere in bagno e poi strappava gettandone i pezzi nel water. E, sicuramente, continuava a ricevere visite di amici ed amiche strani come lui! Poi, il sabato o la domenica partiva sempre per T, ossessionato dalle telefonate della madre che lo cercava a scuola, promettendogli programmi domenicali molto allettanti ai quali non sarebbe stato facile rinunciare. Egli stava distruggendo sistematicamente tutto il lavoro di “pubbliche relazioni” che Sveva aveva costruito per lui, trattando male ogni mercante d’arte o gallerista con i quali ella avesse preso contatti; ed aveva sempre il muso lungo. C’era mancato poco che la donna non avesse sotterrato la testa per la vergogna, nell’udire gli epiteti offensivi con i quali Morty si era scagliato contro di loro, perché gli erano sembrati “non troppo entusiasti”dei suoi lavori. Perfino con Alessandro, l’amico giornalista, egli tentava sempre di mettere Sveva in imbarazzo e, nei locali pubblici, si comportava in maniera tanto strana, da togliere definitivamente alla donna ogni possibilità di accompagnarlo. E lei, che con tanta fatica aveva cercato di mantenere intatti i propri rapporti con le suddette persone, le sole che avrebbero potuto aiutarla comunque, per un’attività diversa da quella che stava svolgendo, si vedeva così di fronte ad un futuro ignoto e freddo; ché già il vento di tramontana spazzava le strade, congelandole gli arti doloranti e la notte calava presto, sulla città e sulle sue speranze. XXX La Diva era partita per una tournée in Oriente, lasciandole un lungo elenco di cose da fare e affibbiandole il compito di soddisfare i capienti stomaci del figlio e dell’amante. I quali, in assenza della signora, non si curavano più di nasconder l’astio che provavano reciprocamente, andandosene a desinare l’uno in camera e l’altro nel punto più lontano del salone. Sveva, per evitare che al ritorno della Diva succedessero le scene d’isterismo che ella recitava quotidianamente a favore della servitù, si era accordata con la ragazza emiliana per farle trovare tutto in perfetto ordine. Ed aveva lucidato personalmente gli specchi, gli argenti e persino le sculture in bronzo che qualcuno, poco accorto, aveva rovinato con il Sidol. Anche queste erano tornate perfette e la casa brillava e profumava in tutta la sua grandezza. Pure le piante, accuratamente potate ed annaffiate, erano verdi e lussureggianti. Sveva non immaginava che la Diva potesse trovare al suo rientro qualcosa fuori posto; ma, evidentemente, non la conosceva abbastanza. Infatti, nonostante la spossatezza per il lunghissimo viaggio, ella ebbe la forza di sdraiarsi per terra, per trovare dietro i radiatori dell’impianto di riscaldamento una benché minima traccia di scorie di fumo ; e di salire cento volte sullo scaleo, per cercare la polvere che, fortunatamente era stata tolta, sugli scaffali più alti della casa. Ma la scenata ci fu comunque, per una cornicetta d’argento posta nel bagno che, senza che Sveva se ne accorgesse, si era opacizzata a causa del vapore ; come ce ne fu un’altra, terribile, per la governante uscente, la quale non trovava più un top di paillettes, nascosto sul fondo di una valigia. Sveva soffriva per tutto ciò; non tanto per sé, ma per le altre due donne della casa che sapeva tanto attaccate al proprio lavoro e molto coscienziose! “Che merda, questa donna!”- Pensava. Ella trovava assurdo sprecare tanto tempo per lucidare i portaritratti di una che si dava arie da raffinata, mentre non era che una rompi palle cafona e taccagna, capace di avvelenare la vita ad una persona per un bicchiere rotto o un cucchiaino d’acciaio che non si trovava più! Il malessere di Sveva aumentava giorno dopo giorno, mentre il vassoio con il quale la “divina” voleva le fosse servita la colazione a letto, diventava sempre più grande, tanto da non passare più dalla porta di camera; tanto da costringere la donna a fare la contorsionista per evitare che la teiera d’argento andasse a finire sul pavimento. Per di più, le mancavano tanto i suoi figli che, pur avendo il telefono in casa, non si facevano sentire, aspettando che fosse sempre lei a chiamare, con enormi difficoltà di reperire ogni volta gettoni sufficienti e cabine funzionanti. XXX Erano trascorsi appena due mesi e la donna, ridotta l’ombra di sé stessa, già si ritrovava a piangere ogni sera nel cuscino. A tutto ciò si univa la struggente malinconia del suo “mare d’inverno”, con le strida dei gabbiani che volavano bassi sui moli ed i tramonti rossi come il fuoco. La sensazione di non avere accanto qualcuno che la amasse, le stava togliendo a poco a poco la forza di lottare e a volte si sorprendeva ad invocare la morte come una liberazione! “Ora basta!” – Si disse infine una mattina in cui la Diva, più irascibile che mai per un contratto sfumato, la richiamò più volte in camera per farle delle osservazioni, fino a rimproverarla aspramente per un paio di grinze trovate sotto il guanciale e in fondo alle lenzuola, dalla parte dei piedi. “Non penserà mica che io possa dormire in un letto così schifoso!” – Aveva blaterato la signora, con gli occhi fuori dalle orbite! E Sveva decise di andarsene, senza ripensamenti, considerando che era meglio morire di stenti, ma vicina ai propri figli e con la propria dignità, piuttosto che essere bistrattata per simili baggianate! Per alcuni giorni provò a trasferirsi nella casetta di ringhiera ed iniziò a lavorare per la Mondadori ma, accorgendosi che stava per ammalarsi, alla fine del mese di novembre, fece fagotto e se ne tornò a casa, comprendendo che anche questo capitolo della sua vita era definitivamente terminato. Si era soltanto illusa di poter dare ad una vecchia fiaba una conclusione diversa, un tocco di originalità alla monotonia delle cose di sempre, ignorando che , in fondo alla strada, avrebbe trovato il cartello da benzinaio con la scritta “Oggi chiuso”! XXX Cercando di recuperare il salvabile dal disastro dell’allagamento del residence, riunì alcune cose che trasportò nella casa di campagna e, avendo un po’ di tempo libero, cominciò ad esaminare e studiare con attenzione tutti i lavori del Lepre che le erano rimasti, quale compenso per la mostra di agosto. Fu così che , passo dopo passo, riuscì ad entrare nella logica di quegli studi in bianco e nero che egli aveva chiamato “memory”, scomponendo e riassemblando le ventun pagine di dodici tessere ciascuna e confrontando quelle immagini con le fotografie di tutte le vittime del Mostro di Firenze. Fino a capire perfettamente l’ordine di successione di quei tasselli; le distanze di ogni eccidio misurate in “quantità di benzina” utilizzata, gli orari e le date degli omicidi, la “qualità” delle sensazioni provate, il grado delle difficoltà incontrate e così via. Ormai Sveva non dubitava più: aveva soltanto certezze. E uno dei primi giorni dopo il suo ritorno a casa, prese da sola il treno per Firenze e si recò a sporgere denuncia alla S.A.M., la squadra speciale anti Mostro. Alla S.A.M fu accolta in un grande ufficio, dove un Maresciallo di mezza età di corporatura robusta e con i capelli rossi, accolse la sua deposizione, scrivendo le cose al contrario di quello che lei voleva dire, tanto che Sveva fu costretta ad interromperlo continuamente per verificare cosa avesse capito in realtà di tutta la faccenda. Per fortuna, si fece avanti un giovane bruno, con i capelli nerissimi pettinati all’indietro e l’aria intelligente, il quale sembrava molto interessato a quanto la donna stava raccontando e cercò di pilotare il lavoro del collega nel migliore dei modi, per evitare pasticci. Egli aveva tutta l’aria di un superiore, forse un Commissario; ed ascoltò le dichiarazioni della donna per circa due ore. Quindi, Sveva promise che avrebbe inviato alla S.A.M. alcune delle immagini plastificate create da Morty, cosa che fece sollecitamente tramite un plico spedito con ricevuta di ritorno, (restituita regolarmente al mittente); e che sarebbe stata disposta a collaborare ulteriormente se ve ne fosse stata necessità. XXX Ella continuò a seguire quotidianamente i notiziari e le cronache giornalistiche sul caso, non meravigliandosi più che ogni qual volta il Mostro dava notizie di sé, le sue azioni o i suoi scritti rivelassero sempre profonde analogie con il Lepre. Per esempio, l’ultima lettera spedita dal Mostro alla polizia, era stata battuta su una macchina da scrivere nuova, con i caratteri del tutto diversi dalle lettere precedenti. E, guarda caso, il padre di Morty, Prof. Leone Scorpio, aveva cambiato la macchina da scrivere proprio poco tempo prima! Anche le parole usate dal Mostro “Ve ne bastano uno per uno?”, relative all’invio di proiettili allegati alla lettera, erano usate molto di frequente da Morty! Egli si era fatto vivo di nuovo con Sveva per cercare in ogni modo di riprendersi i propri lavori e, un giorno in cui aveva convinto la donna a salire sulla sua macchina, con la scusa di volerla accompagnare a casa, ella, intuendo durante il viaggio il vero scopo di lui, per indurlo a farla scendere, aveva cominciato a prenderlo in giro a proposito della sua relazione con la Tartaruga e per altri motivi annessi alla cosa. Al che, egli, come al solito, aveva cominciato a gridare che lei parlava così solo per gelosia e che continuava a spiarlo sempre per gelosia…E che era pazza di lui, perché era bello e furbo e poteva permettersi qualsiasi cosa…anche prendere in giro tutti quanti…compresi i genitori… e i poliziotti !… E fu allora che Sveva, punta nell’orgoglio, cominciò col dire: “Tu che sei tanto furbo e intelligente…dov’eri la sera del 28 luglio dell’anno scorso, quando sei sparito dalle 8 a mezzanotte senza mai rivelare a nessuno le tue mosse? E dov’eri la sera dell’8 settembre di quest’anno, dopo aver portato i tuoi quadri a Navacchio, dalla cugina di tua madre? E perché ambedue le volte, tornato a casa, hai impedito a tua madre di dormire, dicendole cose oscene e fuggendo via subito dopo?… L’anno scorso con gli amici in Turchia e quest’anno da solo a Z, dichiarando di stare “malissimo” e di volerti uccidere? E perché nei tuoi lavori ci sono tante informazioni sul Mostro di Firenze, compresi gli anni in cui egli non ha colpito, che sono poi quelli in cui tu avevi delle relazioni stabili con donne che, evidentemente, sapevano tenerti a freno? Guarda caso, gli eccidi più atroci sono ricominciati nell’ottantuno, quando sei partito per l’America con l'amica sadica e sei ritornato in ottobre, proprio in tempo per il secondo omicidio. Come mai, l’unico delitto in ottobre è accaduto proprio in quell’anno? E, nell’ottantatré, i due tedeschi ammazzati, non erano arrivati da Dublino insieme a te ed alla tua amica Giulia? Con tanti album da disegno ed i portasapone rosa nel camper? E l'ultima coppia, quella dei francesi, che prima che a Firenze si erano accampati a Marina di Massa, non è che, per caso, te li avesse presentati la tua Tartaruga, professoressa di francese? Forse tu potresti spiegare tutto questo ?…Non è vero ?” Mi hai chiesto tante volte di scrivere un libro su di te, perché hai detto che volevi essere famoso ..a tutti i costi….! Mi sa proprio che lo scriverò…questo libro!…Ma non come lo vorresti tu!” Annichilito da questo assalto frontale non previsto, il Lepre si era come paralizzato ed aveva fermato la macchina in mezzo alla strada . “Stai attenta…Stai attenta!…Tu sei troppo intelligente e troppo furba!..” – Disse con la faccia cattiva; mentre la donna, aperta la portiera, si precipitava fuori e, camminando velocemente, raggiungeva un gruppetto di pedoni. XXX Da quel giorno, Sveva evitò accuratamente di Incontrare il Lepre, ma fece in modo che egli sapesse di essere stato denunciato e che una parte dei suoi lavori era ormai in mano della Polizia. Ogni tanto, cercava di provocarne da lontano le reazioni, con qualche vignetta umoristica che inviava a lui e alla sua Tartaruga, sperando di costringerlo, in qualche modo, a tradirsi, compiendo un passo falso. Fatto sta, che dopo la sua deposizione ed i vari interrogatori che Sveva dovette affrontare in seguito, l’unica volta in cui il Mostro si rifece sentire, fu per scrivere alla polizia che “non era ancora morto”! E questo, era successo dopo che la donna, per l’ennesima volta, aveva indirizzato al Lepre una satira feroce, in versi, che aveva pure diffuso negli ambienti artistici solitamente frequentati da lui e dalla sua ultima amica. “Gatta ci cova!” – Aveva esclamato Sveva esultando, appena saputa la notizia! In quanto alla MAMTIDE, l’aveva vista una sola volta, per strada. Era vestita come Cappuccetto Rosso, con tanto di mantella color ciliegia e fazzolettino rosso, con le cocche legate dietro la nuca. E aveva pensato : “Ahimè, la favola continua! Forse per il momento, ha soltanto cambiato titolo! O, magari, si sono invertite le parti!” Così, stuzzicata dall’idea che il Lepre, questa volta, finalmente uscito dalla propria pelle troppo stretta, si fosse tramutato in Lupo, Sveva andò subito ad acquistare una cartolina postale da spedire agli Scorpio e vi disegnò, con i pennarelli colorati, un lupo lungo e magro, con gli occhiali, stravaccato sotto un albero, ed un Cappuccetto Rosso con le sembianze della Mamtide e con i ricciolini neri a cavatappi che uscivano da un fazzolettino , pure quello, rosso!. Poi, come nei fumetti, scrisse per il lupo la domanda: “ Cosa mi hai portato oggi nel panierino, per desinare?” E, dalla bocca di Cappuccetto Rosso, fece uscire la risposta: “Rapini e zuppa di Tartaruga, amore mio!” Alberta Rossana Bianchi Questa è la parte finale del racconto scritto nel 1986 , lasciato inedito per 16 anni e riveduto e corretto dall’autrice durante il periodo estivo del 2002 PUBBLICATO ESCLUSIVAMENTE IN INTERNET IN VENTUNO CAPITOLI Tanti quanti sono i fogli che componevano l’album del Lepre, comprendenti 12 assemblaggi di immagini ciascuno, per un totale di 252 tessere di cm. 9x9, in bianco e nero; le fotocopie delle quali furono fatte conoscere, a suo tempo, anche alla stampa ed ai genitori di una delle ragazze uccise dal Mostro di Firenze. In un futuro prossimo, ci auguriamo di poter pubblicare un SEGUITO alla presente storia, raccontando quali sono oggi le considerazioni di Sveva, dopo tante, inutili chiacchiere e supposizioni e dopo le morti sospette di molte delle persone coinvolte nelle indagini. A PRESTO! Addì 23 FEBBRAIO dell'anno 2005 Per eventuali comunicazioni, consultare la rubrica AGGIORNAMENTO 2005 - alla fine del SOMMARIO del sito. |
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