LETTERE DA MILANO

1939


E’ quasi primavera ma Virginio, a Milano, lavora in uno studio sito in un seminterrato e vede il sole soltanto quando esce dal lavoro, alle dodici e trenta.

“La vista mi si stanca” – scrive – “e temo l’umidità del locale….La vita qui costa in maniera fantastica. Il denaro scappa come sabbia tra le mani ed anche stando modestamente, se ne vanno 25 lire al giorno….Faccio tutti i miei conti giornalieri ed il bilancio è disastroso.

Quasi tutte le sere ceno in casa di Di Ciolo (un amico scultore) ma tu capisci che non posso andare a mani vuote e spesso spendo più che andare fuori….
La vita a Milano è convulsa, per me…non sento più le gambe….
Ho dovuto trascurare un po’ tutte le cure e per ora non ho fatto più iniezioni né altro.

Dopo le feste pasquali, che spero di passare con voi, sarà bene intenderci su tante cose di alta necessità….
La salute mi pare che non vada troppo bene…

Tante cose che in provincia vengono dipinte come spaventose, qui non risultano affatto deformate: non ci si accorge neppure di essere in guerra.

Hai freddo?…E come fa Rossana ad alzarsi presto, la mattina?…Poverina, chissà come sbadiglia!
La notte, stai attenta ché non si scopra e sorveglia in tutto e per tutto che non si esponga a dei pericoli!

A volte, mi viene in mente la curva davanti al Vignali: vengono giù i ciclisti come saette …e Rossana attraversa la strada all’improvviso!
E mi metto le mani nei capelli, pensando a continue disgrazie!

Il non avervi vicino, mie care creature, vuol dire avere il vuoto completo intorno a me…”

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Negli intervalli durante i quali Virginio torna a Massarosa, se ne va a dipingere paesaggi, insieme alla sua bambina che ne approfitta per fare capriole sull’erba.
(Immagine correlata)

Porta con sé un grande ombrello coloniale, il cavalletto con la tavolozza ed i colori e, una volta sistemato il cavalletto e poggiatavi la tavoletta da dipingere, prende le misure e calcola le distanze utilizzando la lunghezza della matita o del carboncino, strizzando gli occhi, dietro le lenti divenute ormai una necessità.

Nel 1940, dipinge un’opera grandiosa da inviare al concorso “La battaglia del grano”, che si terrà a Cremona. Per le figure maschili, fa posare un paesano soprannominato “Ghiaccina” e, per quelle femminili, la moglie Enrica.

La tela è talmente grande che deve chiedere il permesso di poterla dipingere ed incorniciare nella vecchia Chiesina di San Rocco, sulla via Sarzanese e , una volta terminato il quadro, dovrà affittare un intero vagone ferroviario per spedirlo.

Virginio non vince il concorso ma l’opera piace molto, viene segnalata ed inviata ad Hannower per una seconda esposizione.
Non tornerà più indietro, poiché sarà acquistata dall’On. Farinacci e ne verranno perdute le tracce.

Ma rimangono un bozzetto a colori, di proprietà di un antiquario, ed una fotografia in bianco e nero del quadro terminato (che fu anche pubblicata sul catalogo della mostra e su alcuni quotidiani), a testimoniare l’importanza del lavoro.

Bianchi vive però dolorosamente la contraddizione di sentirsi avverso al regime fascista ma contemporaneamente dover tirare avanti con denari guadagnati pitturando opere che celebrano Mussolini.

In più la moglie, essendo insegnante, deve anch’essa sottomettersi e vestire la tipica uniforme fascista, con mantello nero e chepì, per ottenere almeno uno stipendio sicuro!

Già anni addietro, durante le elezioni, Virginio si era rifiutato di recarsi in Comune a votare e vi era stato portato di forza a braccia da due fascistoni del luogo.
Ma era riuscito a fuggire dalla finestra e a correre lontano, verso il padule, dove si era nascosto per alcuni giorni.

In molti erano al corrente di questa sua profonda avversione, tanto che, anche Lorenzo Viani, prima della sua morte avvenuta nel 1936, parlando con un tipografo massarosese , un certo Salarpi, aveva detto di V. Bianchi : “Ah…quello è molto bravo!…ha una sola cosa meno di me…la tessera del Partito!”

(Immagine correlata)

Ed ora , con il precipitare degli eventi, gli amici più cari sono rimasti in pochi.
A Stiava, c’è ancora un certo Pietro Lotti che condivide le idee di Virginio e, ogni tanto, gli commissiona anche qualche dipinto.

In casa Lotti, rimarranno agli eredi: un grande ritratto a tempera di Matteotti, il ritratto di Rosy ( la moglie di Lotti prematuramente scomparsa) ed alcuni piccoli paesaggi degli anni ’20.

Data questa situazione, per evitare disagi alla famiglia e cercare sbocchi diversi, Bianchi insiste nel voler lavorare al nord e si illude di risolvere i suoi molti problemi sperando in un nuovo lavoro che avrebbe dovuto iniziare a Monza.
(Immagine correlata)


Ma le ultime lettere scritte da Milano alla moglie, risalgono solamente al 1941.
Dopo, egli è di nuovo a casa e ricomincia a cercare… cercare…

Frattanto, crea ancora alcuni quadri bellissimi: i “Crisantemi”, i “Gigli”, “Il Fornacione”, “Gli Sterpeti”e “Padule”.
Quest’ultimo, come egli scriverà sul retro, parecchi anni dopo, particolarmente amato, poiché -
egli dirà –“dipinto quando ancora avevo qualche speranza”.

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