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(Londra, Carnevale 1984) Sveva, a quarantasette anni, non aveva ancora messo il naso fuori dei confini dello “stivale”. La sua vita era stata avventurosa e piena di imprevisti, pertanto aveva un discreto corredo di esperienze; ma tutto si era svolto quasi sempre dietro l’angolo di casa. Solo da poco, essendosi dedicata ad una nuova attività che esigeva orizzonti più vasti, aveva cominciato a viaggiare su e giù per l’Italia, con pochi soldi in tasca e, in compenso, con tanto bagaglio appresso, portando dal “tacco” alle pendici delle Alpi, insieme a prodotti artigianali tipici della Versilia, ventate di libeccio pungenti come “sprocchi” e profumate di tamerici. Ora, invece, stava per andare all’estero, in Inghilterra, vogliosa di novità e riluttante ad un tempo, per il timore di volare. Per tutta la vita, da quando era stata in grado di ragionare appena un po’, si era ripetuta con convinzione: “Non metterò mai piede su un aereo!” Tanta era la paura nell’immaginarsi staccata da terra. Forse perché Sveva era e si sentiva una creatura molto, molto terrigna ed ogni volta che, soltanto in sogno, aveva provato ad alzarsi dal suolo sorretta da grandi ali d’angelo, era sempre, irrimediabilmente, precipitata in un baratro nero destandosi in un bagno di sudore e con il cuore in bocca. Ma con Attila, Sveva ce l’avrebbe fatta anche a volare! Viareggino purosangue, piccolo e scuro, con le spalle grandi quanto un armadio a due ante, le mani larghe e giovani, le infondeva parecchia sicurezza. Compagno di lavoro e di viaggi, di allegre scorpacciate di panini da “Linchetto”o di pesce cotto alla marinara nei vari localetti rustici del litorale versiliese, Attila, quando ballava con lei, la faceva volteggiare in modo folle. Pure, con il peso di Sveva…non c’era mica da scherzare! Ma lui non ci badava e prendeva a spallate tutti gli altri ballerini, finché rimanevano l’unica coppia in pista a fare spettacolo. Con la “battutina” sarcastica del viareggino verace sempre pronta e condita con abbondanti “de’ la fia”, se la cavava in ogni frangente, abituato sin da piccolo a doversi gestire da solo, da quando i genitori, uno dopo l’altro, piuttosto di dover addomesticare lui, erano andati a tenere compagnia al buon Dio! Attila era tutto questo: un’insalata mista, amalgamata da una grande umanità. E Sveva sentiva che con lui sarebbe andata fino in capo al mondo. Poi, all’aeroporto di Pisa, avrebbero incontrato altri compagni di viaggio, amici di Attila; pertanto sicuramente ragazzi simpatici! Così partirono, di venerdì mattina, attraversando in macchina uno sventolio di festoni. (Immagine correlata) Era una di quelle giornate che esistono solo a Viareggio, quando il vento di mare spazza l’azzurro fino all’ultimo dei cirri, trasformando in trombe d’aria i mucchi di coriandoli rimasti sull’asfalto, dopo la “notte brava” dei festaioli rionali. E le stelle filanti, rimaste appese ai piloni della luce ed ai rami degli alberi, stuzzicano, solleticandole, le prime audaci gemme primaverili o vanno a sferzare scherzosamente i passeri in volo. I Burlamacchi di cartone, sui tetti dei ritrovi della passeggiata a mare, danzavano in cielo lo stesso valzer che stavano ballando sulle onde le cento barche ancorate nel porticciolo. “Certo” osservò Attila con rimpianto, “si va via proprio mentre qui c’è il Carnevale!” E guardava mesto dal finestrino sfilare i lampioncini di carta appesi lungo il molo, più in alto degli alberi di trinchetto. “Non te la prendere, dai!…Guarda, ce ne portiamo via un po’ del nostro Carnevale!” Sveva, aperta la grande sacca da viaggio, mostrò con orgoglio una maschera di cartapesta che proprio lui le aveva regalato, dopo averla fatta e pitturata apposta per lei. Nella sacca c’erano pure una trombetta rossa, impennacchiata con il tradizionale ciuffo di tagliatelle di carta velina e un sacchetto di coriandoli viola. “De’ la fia, se un sei matta!” Esplose Attila in dialetto. “Nianche in aereo rinunci a portatti dietro un mucchio di roba inutile! Già sei pesa tu e ti carii sempre così! Che ci voi fa’ precipità’nello stretto della Manica?” Sveva non tentò di difendersi. Era già tanto che non le avesse dato dell’ “ovo di Pasqua”, come era solito schernirla affettuosamente, perfino al ristorante, mentre le toglieva dal piatto parte delle pietanze più appetitose. “Ti fa male…ti fa male!…Mangia meno, testona!…Un lo vedi come sei toga?…” E lei, di solito, rispondeva agguerrita: “Perché, te un ti guardi come sei bellino? Un tappo di spumante un c’è per nulla! E po’ con quella bandérola di capelli in capo che ti fa vede’ da che parte tira’l vento!” Infatti, per coprire l’incipiente calvizie, Attila si pettinava pochi peli, tenuti piuttosto lunghi, stirandoseli e lisciandoli sulla pelata. Ma, alle brutte giornate, gli si rizzavano e svolazzavano, rigidi e cresputi come barbe di granoturco. Però non aveva tutti i torti nell’accusarla di portarsi dietro sempre troppa roba. Una volta, in Puglia, era successo che una valigia di Sveva, zeppa di cataloghi pubblicitari, si era aperta di botto proprio mentre scendevano dal treno e, come si può immaginare, non poche furono le difficoltà per coloro che dovevano scendere o salire. La cerniera che circondava la valigia si era rotta e dovettero rimediare il guaio richiudendola alla meglio con due cinture, una da uomo ed una da donna, che si tolsero da dosso. “De’ la fia, le’qui!…Mi fa perde’ anco i calzoni!… Ora si che ci scambino méglio per una ‘oppia di montanini scappati di ‘asa per andassi a sposà nel sud!” Attila rideva di gusto, osservando la valigia così “legata” e i denti candidi gli brillavano tra i peli neri del viso. A Pisa, gli amici erano già ad attenderli. Alessia, piccola e carina, con grandi occhi neri che facevano capolino dal feltrino rosso e Riccardo, chiaro di pelle e biondiccio, serio e composto in un soprabito blu, stile “gentlman” inglese. Si era già calato nell’atmosfera giusta. Sveva li squadrò da capo a piedi e decise che le piacevano proprio. Con loro era anche il padre di Riccardo, un vedovo anziano, da poco innamorato di nuovo come un collegiale. Era venuto per salutare il figlio in partenza e stava teneramente allacciato alla sua recente conquista, rosso ed emozionato, certamente più di quanto lo sarebbe stato se avesse dovuto prendere l’aereo! Era un bellissimo spettacolo quel volto rosso sotto la chioma candida e Sveva si sentiva commossa e felice. Ma Attila ruppe l’incantesimo dichiarando:”Insomma, ci sarà da ride’ con questa palla che mi tocca tirammi dietro attaccata alle gambe! Capiréi dovessi anda’ a Sing-Sing, miga a Londra!”. Sveva masticò qualcosina fra sé e allungò il muso. Questa volta avrebbe risposto alla provocazione se la voce degli altoparlanti non avesse annunciato il volo per Londra. Era meglio correre ai propri posti! Che sensazione quando l’aereo si staccò da terra dopo il lungo rettilineo! Il nitore del cielo permise di seguire nei minimi particolari le linee della costa e di lassù la Versilia apparve stupenda, nell’accostamento smaltato dei verdi e degli azzurri, appena infiocchettati di sbuffi spumosi. Le Alpi, immacolate e taglienti come rasoi! I fiumi, aspidi scure e sinuose; le macchie d’inchiostro dei laghi!…E la Francia, anch’essa sotto la neve, in una trama di linee nette e regolari; quasi un graffito, eseguito su una lastra di ghiaccio! Ogni tanto Attila, seduto vicino a Sveva, si voltava a scambiare spiritosaggini con Alessia e Riccardo. Ma era più interessante guardare fuori che parlare. La nebbia che copriva la Manica fu interrotta da tè e pasticcini e infine, tra campagne fumose e distese di alberi bruni, apparve Gatewik! Sveva teneva stretta la grande borsa con i suoi cimeli (compreso un minuscolo sacchetto in velluto da bigiotteria che voleva riempire di terra inglese, da portarsi a casa per ricordo), mentre affrontava l’impatto con l’aria londinese, rigata da una pioggia sottile che la costrinse a mettere il foulard in testa. Il giaccone impermeabile, preso in prestito dalla cugina, la infagottava non poco e Attila, guardandola, ebbe ancora da ridire: “Chissà come farai contenti gli inglesi, che ancora un conoscevino la Befana! … Anche se arivi con un po’di ritardo sulla tabella di marcia!” “Brutto figlio di….”cominciò Sveva; ma si chetò subito ricordando che Attila era orfano. Un ascensore, tramutatosi improvvisamente in un mezzo di trasporto, li scodellò pari pari in un grande edificio circolare, contornato da immense vetrate. La moquette, coloratissima, a strisce verdi, arancio, grigio e blu li catturò festosamente, come un ingranaggio a raggiera. “O Attila, guarda!…E’ come il nostro Carnevale!…” Sveva era sempre più emozionata. “Sta zitta bischera! Pensa piuttosto a caminare, sennò resti indietro!…Io, stavolta,la borsa un te la reggo di sicuro con tutta vella robba che ti sei voluta porta’!…” (Immagine correlata) Tre quarti d’ora di treno...Si susseguivano incredibili borgate. Agglomerati di edifici bianchi, strani ….e tutti uguali, fra i prati affumicati e gli alberi scheletriti…E i camini?…Magici e superbi!…Camini da fiaba, in attesa delle cicogne. “Sono a Londra…sono a Londra!…” Si canticchiava Sveva. Il metro’ ingoiava persone come topi; schiere di topi in corsa che inseguivano la musica di un pifferaio malefico! “Camina…camina!…Ci fai perde’ l metro’!” Attila sbuffava, voltandosi a controllare che non si fosse perduta. Lei indugiava, attratta dalla musica struggente dei suonatori di violino e di tromba che echeggiava nei cunicoli sotterranei e dal canto di un biondo gigante irlandese che risaliva insieme a Sveva le rampe della scala a chiocciola, per uscire dal tunnel nero e ventoso; uno dei tanti gironi dell’inferno dantesco! Come splendevano le insegne colorate di Piccadilly Circus! Una festa ancora più bella del Carneval-Darsena! I bus a due piani, i taxi, la cabine telefoniche, gli antichi contenitori in ferro per l’inoltro della corrispondenza, tutto era dipinto in rosso vivo! Rosso come il cuore di Sveva, che rischiava di scoppiare nella corsa affannosa per riprendere gli amici, più veloci e meno distratti. Quando poi si trattò di arrivare sull’High-Gate, dove abitava Milly (che li avrebbe ospitati) e fu costretta a salire tutti i gradini, sia della metropolitana, perché la scale mobili erano guaste, sia quelli esterni, scavati nella roccia, ella si sentì esattamente come quando, schiacciata in mezzo alla folla del corso mascherato di Viareggio, aveva rischiato lo svenimento per mancanza di fiato e per il gran dolore ai piedi. Pure, arrivata in cima alla collina, ebbe ancora la forza di pensare:”Come mi piacerebbe portare a casa un bel plastico di Londra, vista da quassù!…” Nel crepuscolo, con le prime luci artificiali appena velate dalla nebbia, la City aveva tutto il fascino delle opere di Shakespeare, lette e rilette nell’adolescenza. Milly teneva in casa una ragazza alla pari americana, rotondetta e lentigginosa. Servì loro un caffè lunghissimo e chiaro, scuotendo, un po’ scocciata per l’invasione, un’abbondante chioma rossa. “How do yu do?”Aveva chiesto Sveva appena entrata. Nonostante gli sforzi di rispolverare i quattro anni d’Inglese imparato sui banchi di scuola, non le era venuta in mente qualsiasi altra frase. Milly parlava un Italiano stentato, pieno di sospensioni e punteggiature lunghe. Intelligente e simpatica, insegnava alla High-Scool, una delle scuole superiori più importanti della città. Si era dimostrata donna pratica ed energica, trovando subito la maniera di ospitarli tutti e quattro a casa sua. Attila, da buon Amleto di razza latina, aveva risolto il dubbio: “Si dorme o non si dorme?”accaparrandosi uno dei divani disponibili e, stanchissimo, si era messo a russare. Alessia, dolcissima Ofelia bruna, scendeva e saliva le scale dal bagno alla camera, silenziosa e sorridente, in camicione di flanella a quadrettini grigi e celesti. Riccardo, con un manuale di lingua Inglese, ripassava vocaboli, perché essendo l’unico del gruppetto a spiccicare qualche frase decente, si sentiva molto responsabile della buona sorte dei compagni. E Sveva, prima di addormentarsi sopra una trapunta gettata sulla spessa moquette del pavimento, aveva tentato disperatamente di riscoprire nelle buie caverne del suo cervello ore ed ore ricolme di parole inglesi che sembravano ormai sepolte nell’ovatta del tempo. Il giorno seguente, sui prati dell’Abbazia di Westminter, lussureggiavano migliaia di bucaneve colorati e i cartelli pubblicitari dei negozi, anche quelli dei quartieri più poveri, stavano, variopinti e sgargianti, aggressivi come armi puntate, pronti a sgominare la nebbia. E cosa dire della folla cosmopolita che affollava i mezzi pubblici? Una novella Vivian Leigh con indosso una pelliccetta di topo spelato, portava boccole di vetro viola con la maestà di una regina. I punks di colore, con un ciuffo biondo pettinato a cresta che attraversava dalla fronte alla nuca il loro cranio nero, anche in jeans rattoppati, non erano certamente meno maestosi degli stregoni africani. Gli indiani sfoggiavano turbanti imponenti, ornati da pietre di colori splendidi e le gitane sventolavano le gonne rosse e facevano tintinnare le collane d’oro. “Che gran Carnevale!…Che bel Carnevale!…” “Camina, dai…un fai che fermatti e hai tutti i bisogni!..” Brontolava Attila ogni volta che lei si lamentava per la stanchezza o aveva voglia di bere o di masticare qualcosa.” “Ho preso appena una sbroscia di caffè e il pane di qui è proprio schifoso!” “Che sei venuta a Londra per mangià’!…Sta tranquilla che po’ ti rifarai a Viareggio. Sarebbe bene tu imparassi a fa’ come l’inglesi. Ti farebbe bene anch’al borsino!…” Attila, senza un briciolo di pietà, tirava dritto, obbligandola a fare le corse. Ci fu pure l’incontro con un “mostro” che a Sveva ricordò istantaneamente l’ “uomo elefante” Una creatura senza occhi, con il volto pieno di bitorzoli che sembravano gonfiati con la paraffina. Aveva il labbro superiore sporgente e pendulo e grandi orecchie asimmetriche, a ventaglio. Elegantissimo, in abito gessato, camminava sicuro, tastando il terreno davanti a sé con una lunga canna di bambù. Da solo, battendo continuamente la canna, scese i gradini della metropolitana e salì sul metro’. Sveva non avrebbe scordato mai più quella maschera tragica! Nel negozio di candele del Covent Garden, si trovavano oggetti di cera di ogni sorta. Sveva avrebbe comperato tutto, dagli animaletti-candela alla casa delle bambole. Dovette contentarsi di arraffare in un’ aiuola un po’ di terra per riempire il sacchettino di velluto, senza farsi notare da Attila. “Fermati un po’…mi sta cadendo una calza!…” Inventò per giustificare la sosta e la posizione inconsueta. “Però, almeno questo me lo voglio proprio prendere!” Era un finto orologio a cucù , in cartone, a forma di dodecaedro, con dodici uova di cioccolata ricoperte di stagnola a colori che sostituivano i numeri delle ore. “E ti pareva che un ci fossino di mezzo l’ovi di Pasqua!…Come se un fosse un ovo già da sé , ne va a comprà ’na dozzina!…” Sbottò Attila quando la vide, trionfante, con l’oggetto in mano, uscire da un grandissimo supermarket. Un po’ più in là, il Tower Bridge, dipinto in azzurro, dondolava sospeso nella luce incerta del crepuscolo. “Vogliamo salire?” Chiese Riccardo. “Siamo troppo stanche.” Risposero all’unisono Alessia e Sveva e si fermarono a scattare fotografie. Il quarto giorno Sveva era distrutta. Temeva che il suo cuore fosse diventato di coccio, come i salvadanai a forma di porcellino che vedeva nelle vetrine dei souvenirs e pensava che di lì a poco le sarebbe scoppiato in pezzettini. Le sembrava di aver visto ormai tutto quello che c’era da vedere o sognava? Riusciva anche a distinguere subito gli inglesi dagli stranieri, solo perché non gesticolavano nel parlare e avevano volti immobili e inespressivi. Pure, all’inizio,la cosa l’aveva divertita, stuzzicandola nell’immaginazione!… Ormai aveva assaggiato cibi africani, indiani, cinesi!…Aveva sorseggiato decine di tipi di tè!…!…Ma, sarà stato per la stanchezza, provava una struggente nostalgia per il pane di Altopascio e per il caffè nero e ristretto che si faceva da sola a casa, con la Moka, almeno tre volte al giorno. (Immagine correlata) Era l’ultima sera della loro permanenza ed era “martedì grasso”. Milly aveva espresso il desiderio che cenassero in casa con lei. “Deviamo festegiare il martedì craxo!…Ci faviamo le crèpes!…Deviamo fare crande festa par nostro Carnoval!…” Nello strano linguaggio, che per lei avrebbe dovuto essere italiano, c’erano evidentemente reminiscenze di varie, incognite dinastie; e, nel pregustare la leccornia, i suoi occhi avevano acquisito lucentezza. In quel momento, Milly non sembrava davvero molto anglosassone! I quattro si guardarono per decidere ma Attila, ignorando l’occhiata torva di Sveva che tentava così di esprimere la propria perplessità, annuì alla svelta. “Va bene!…Sentiremo queste crèpes!…” La ragazza alla pari si ritirò nella minuscola cucina e mise una palla di grasso a struggere in una grandissima padella. E le crepès ci furono: due per ciascuno, esili come l’ostia e brune come i toscanissimi “necci di farina dicastagne”. Milly le spalmò con un briciolo di anemica marmellata di pesche e le spruzzò di cacao in polvere, più o meno come si fa col pepe. L’acqua minerale sul tavolo, nella brocca di vetro incolore, traspariva i fiorellini gialli della tappezzeria. I quattro si guardarono di nuovo ma stavolta Attila disse: “De’la fia! Con du’ crèpes e basta, noi si crepa!…” E sentiva che il suo stomaco aveva ancora un buco vuoto, grande almeno quanto la padella di strutto! Così, di soppiatto, complici come ladri, appena Milly si fu ritirata in camera da letto, sgusciarono fuori, sull’High-Gate che rabbrividiva nella notte gelata. “How is this pizza?” Arrischiò Sveva mentre si precipitavano nell’unica pizzeria rimasta aperta nel quartiere. “Signo’…nun emporta che se sforzi di parlare Inglese….Sémo de’ Roma!” Intervenne ridendo il giovane proprietario del locale. La mogliettina, riccia e pettoruta, troneggiava dietro il banco delle mescite. Ritrovarono allora, fra quei connazionali trapiantati sull’High-Gate, la loro “pizza” e la loro “birra” e ancor più li riscaldava il pensiero del prossimo, fin troppo prossimo, ritorno in Italia. “Non vi ho mai fatto sentire la canzone di Carnevale che avevo scritto per il maestro Zucchi? Chissà se sarà stata pubblicata!…” Frignava più tardi Sveva mentre, un po’ traballanti per la stanchezza e un po’ per la modesta sbronza, si arrampicavano, sorreggendosi l’un l’altro, sulle strutture del Tower-Bridge, l’unica rocca importante che non avevano ancora espugnato. Ma così lontana dall’High–Gate tanto da sembrare irraggiungibile. “Pensa un po’… scrivi una canzone e non ne sai più nulla!…” Il nevischio pungeva gli occhi lacrimosi di Sveva, così dovette fermarsi a frugare in borsa, stavolta per cercare il fazzoletto. Ma, prima del fazzoletto, sentì a tasto il naso della maschera di cartapesta. Dopo tre minuti, dal parapetto del Tower-Bridge, là dove la torre domina la parte più antica del porto di Londra, come la Torre Matilde domina la parte più vecchia del porto di Viareggio, si levavano stentate ma ancora chiare, le voci di Attila e di Sveva. Lei, con un foglio strapazzato in mano (era anch’esso nella borsa!), lui con le grosse labbra che sporgevano dalla maschera, gettavano nel canto il poco fiato rimasto,mentre Alessia accompagnava con assoli di trombetta e Riccardo, più serio e composto che mai, lanciava sul Tamigi pizzicotti di coriandoli che seguivano, volteggiando col nevischio, le note della canzone: “I MIRACOLI DI BURLAMACCO”. Strofa n.1 : Vieni a veder Viareggio, domani è Carnevale! Non sai che BURLAMACCO miracoli farà? Crea qualunque cosa con carta di giornale: persone, cose, uccelli, pesci del mar…. E li farà sfilare a sera, lungo il Viale, tra laser colorati come fior… Poi quando arriva notte fa ruota del mantello e inizia un carosello nei rion!… Ritornello: TORRE MATILDE –tutta una fiamma – ROSA DEI VENTI fa da giradischi, abbraccia IL POLPO IL CINESINO, IL CACCIATORE salta dentro il tino! LA LISCA ondeggia nel carosello, IL CAVALLUCCIO trinca col GUSCELLO del buon vin e BURLAMACCO ride e balla, intorno al FIORE è una farfalla, mentre per gioco col FORCONE, alza montagne di coriandoli e cartone! (Immagine correlata) Strofa n.2 Vieni con me a VIAREGGIO, non c’è niente di uguale, niente di meglio esiste da poter ricordar! La sabbia, la pineta, le onde, il cielo, il sole, la gente che sorride, la beltà! E se piove sul mare, non è pioggia normale: è il pianto iridescente di PIERROT! A notte puoi sognare al lume di lampare; scoppiano i fuochi mentre fai l’amor! (Immagine correlata) Ritornello: TORRE MATILDE – tutta una fiamma - …ecc….. Finalino: E sulle punte di una stella volteggia in cielo LA RONDINELLA!… Alberta Rossana Bianchi (25 Maggio 1984) Racconto finalista al premio “Racconti di Carnevale – 1985 e pubblicato come “inserto” da PORTOBELLO ROAD nel 1987 La canzone è stata presentata e cantata a Viareggio durante una “Festa della Canzonetta”. |
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