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Agosto, tempo di vacanze, poca voglia di fare. Il sole a picco tinge di fuoco i pensieri, spietato e crudele sulle cose, per svuotarle di tutti gli umori. (Immagine correlata) Marina non temeva il sole, ché anzi si sdraiava sulla sabbia come una lucertola e si lasciava cuocere, finché la pelle bianca e delicata assumeva il colore di una pesca matura e si sbucciava soltanto a sfiorarla. Quell’anno, però, non aveva approfittato troppo dei bagni di sole, perché aveva da badare al bambino, piccino e ricciuto, bruno e vivacissimo, che ad ogni distrazione di lei, fuggiva carponi sulla sabbia, sotto le sedie a sdraio dei bagnanti, per esplorare il vasto mondo in cui era capitato quasi per miracolo. Marina, dopo molti anni di sacrifici e di duro lavoro, che non le avevano lasciato spazio per la propria vita privata e ne avevano frenato e quasi spento gli slanci sentimentali, aveva avvertito, dopo un incontro casuale, un prepotente desiderio di sentirsi giovane e amata . E quel figlio che aveva tanto desiderato, le aveva ridato la freschezza dei vent’anni, la lucentezza dello sguardo e la baldanza di tutte le madri che hanno da mostrare e difendere un cucciolo. Il suo seno si era fatto pieno, il passo più energico e scattante, il viso più aperto; e anche nel carattere era profondamente mutata. Si sentiva più forte e serena e una dolcezza nuova l’aveva ammorbidita. Ora era come un giunco; sapeva di poter sferzare o flettersi docilmente senza difficoltà alcuna, quasi nello stesso istante. Marina, fondamentalmente ottimista e cosciente della propria vitalità ma con un peso doloroso che le premeva sul cuore, in ogni attimo di quei giorni caldi, sperava però in qualcosa di ancora più grande, di diverso. Lei, che aveva desiderato un miracolo d’amore, ora che il bambino c’era e l’aveva resa così fresca e desiderabile, attendeva la persona che l’aveva aiutata a dar vita a quel piccolo ma preziosissimo gioiello, sicura che si ricordasse ancora di lei e potesse ricambiare in qualche modo tutto l’affetto che lei gli aveva generosamente offerto e che, ora più che mai, sentiva di potergli offrire. E, ardentemente evocato dal desiderio di Marina, giunse, in quel 4 agosto, lo squillo del telefono. (Immagine correlata) E Fausto a dirle che SI, era libero…SI, l’avrebbe aspettata… SI, sarebbero stati insieme una notte intera, SI, tutta una notte…dopo mesi d’incontri brevi e furtivi , SI, di baci rubati in fretta in un androne buio o su per le scale, SI, d’amore scambiato sui sedili di un’auto, in pieno giorno, lungo una strada di campagna o tra gli alberi delle pioppete, SI… Quando lei, arraffati gli indumenti per sé e per il piccino, badando a non dimenticare niente, dai pannolini al passato di verdure pronto nel termos, dagli aghi infilzati di bianco e di nero al rasoio di sicurezza (a volte lui l’avesse dimenticato), gravata dal peso della borsa stracolma e del piccolo che si agitava fra le sue braccia, si fermò al centro della piazza, proprio ai piedi del monumento, il sole dardeggiava ancora, facendola sudare abbondantemente. Ma niente aveva più importanza, fuorché lo struggimento lancinante che le dava l’attesa e la dolcezza procuratale dalle manine del bimbo sopra il collo. xxxxx Quando Fausto sbucò improvvisamente da dietro l’angolo di Via Garibaldi, sentì le gambe tremare e la lingua paralizzarsi come ogni volta che lui l’osservava, con gli occhi sereni colmi di desiderio. Indossava una camicia a losanghe colorate, aperta sul petto; i capelli ricci e bruni, come quelli del bambino, composti e appena allungati sulla nuca. Al collo, una lunga stringa di cuoio con un ciondolo in filigrana brunita, l’unico ornamento superfluo per lui, sempre lindo e sobrio, da buon ragazzo un po’ all’antica. Quella camicia ed il ciondolo, cose in lui inaudite e quindi impreviste per Marina, quasi la sconvolsero, abituata a vederlo in giacca e cravatta, ossequioso e deferente, con l’orologio esatto e i minuti contati. L’AMORE di lei salì all’improvviso, oltrepassando i livelli di guardia; e le traboccò dagli occhi e dalle labbra, tingendole di rosso le guance. Anche a lui si tinsero di rosso la nuca ed i lobi delle orecchie e gli si inumidirono gli occhi nell’osservare il bambino che non vedeva da molto tempo. “Scusami per il ritardo; sono tornato a casa per prendere i soldi. Sai, se dormiamo in albergo… Hai potuto liberarti dai tuoi impegni?….Cosa c’è?…stai tremando!….Ti amo…” Marina non riusciva a spiccicare parola e lo guardava soltanto, così giovane e bello, con la pelle chiara quasi quanto la sua e con il petto liscio, come un ragazzino. Sorrideva schiudendo appena le labbra, in maniera calma e suadente e la sua voce….Unica e ineguagliabile, dai toni bassi, morbidi e profondi, che nemmeno l’ira riusciva a modificare… Lei ricordò un mattino, in un momento d’amore, quando l’aveva visto con i capelli arruffati sulla fronte e il volto impallidito. E si sentì sommergere dalla tenerezza. Il giorno stava ormai declinando, e loro andavano, con i finestrini appena dischiusi perché il vento non nuocesse al piccino, che Fausto fissava amorosamente, quando un rettilineo gli permetteva di distrarsi un attimo dalla guida. “E’ proprio il tuo ritratto!” Riuscì a spiccicare Marina con voce tremula. Lui si schermì, un po’ felice e un po’ per ché si sentiva in colpa. Il piccolo gli batteva le manine sulla spalla destra e gli sbavava sul collo nel tentativo di morderlo, osservandolo interessato con gli occhietti vispi. “Finalmente insieme, come due sposi!” “NO… dovremmo chiedere camere separate!….Io mi vergogno.” “Fossi matto! Non ti lascerò un istante.” Ribatté lui con energia. Lei cercò di superare l’imbarazzo che la situazione le procurava e, finalmente, trovò sollievo nel parlare: “ E’ stato inutile tentare di dimenticarti; ormai sei una parte essenziale di me..Il solo pensiero di non poterti più rivedere, mi da un dolore fisico, terribile, come se mi stessero strappando le viscere. Non potrei più vivere, lo sento!” Fausto scuoteva la testa, fingendo incredulità. “Ti passerà vedrai, come passano tutte le cose di questo mondo!” E intanto le accarezzava e le stringeva una mano. Ma, in fondo in fondo, Fausto sapeva bene che non sarebbe successo. Le prove di amarlo che ella gli aveva dato erano inconfutabili, come il tremito che ora la stava scuotendo. Ma ecco Firenze , splendida nel tramonto, con i marmi rosati del Duomo e un volo radente di uccelli intorno al campanile di Giotto! “Qui dove sono nata, avrò la prima e forse ultima notte d’amore delle mia vita con l’unico uomo che ho amato veramente!” E Marina abbassò il vetro del finestrino sporgendo fuori il capo, sperando che il vento le asciugasse le lacrime, prima che Fausto potesse notarle. (Immagine correlata) xxxxx Gli alberghi erano pieni di turisti, che la bella stagione aveva richiamato in abbondanza ma, finalmente, riuscirono a trovare una camera che dava sull’Arno. E quando lui impose: -”Letto matrimoniale!”- lei credette di svenire in mezzo alla hall. Chiesero di poter cenare in camera “per via del Bambino”, ma l’albergo non era in grado di eseguire il servizio. Allora lui uscì, preoccupato di rimediare un “boccone” almeno per la compagna . L’attesa fu lunga per Marina. Dette il pasto al bambino, poi cercò di farlo addormentare, ma questo, eccitato dalla novità dell’ambiente, non voleva saperne di chiudere gli occhi, ostinato nel fissare le abat-jour che la mamma aveva cercato di velare con alcuni indumenti intimi, di colore scuro. Succhiando alacremente il ciuccetto celeste, emetteva un mugolio insoddisfatto somigliante all’affannoso miagolio di un gattino alle prese con un osso difficile, e drizzava con insistenza la testa sopra la spalla di Marina, che si stava irritando, sia per il comportamento del figlioletto, sia per il ritardo di Fausto. Quando quest’ultimo arrivò sbuffando”Solo pollo e patate fritte!”, nessuno aveva più appetito. Il bimbo mugolava ancora, e lei andava avanti e indietro per il corridoio, ninnandolo spazientita. Davanti alla camera attigua, una prosperosa e giovanissima ragazza straniera, piena di efelidi, sbandierò un paio di cosciotte sode sotto la minigonna a fiorellini. Marina colse lo sguardo acuto ed eloquente di Fausto e il cuore le dette una fitta. “Si sta già stancando di aspettare! Si sta già stancando di me!” E la sensazione di vuoto che aveva cominciato a sentire si acuì. Ma quando il bambino si fu addormentato…oh! ..Allora! Allora fu come se l’acqua dorata dell’Arno li avesse inghiottiti ed inviluppati in un manto di morbida fanghiglia, attraverso la quale, un concerto d’acqua, dapprima in sordina, poi in crescendo, riuscisse a penetrarli. Poi si unirono gli strumenti a fiato e gli ottoni brillarono negli acuti; e suonarono le campane di tutti i campanili di Firenze e del mondo intero. E fu il concerto di tutto il creato, dalle vie, dagli orti e dai giardini ;un concerto di violini e di grilli, che quella notte li tenne desti per ore, dentro e fuori dal letto, dentro e fuori e sotto la doccia gelata, con i corpi sempre uniti, accaldati e tremanti, bagnati d’acqua e d’amore, ridendo e piangendo ; e ogni tanto di corsa,scivolando sull’impiantito per acchiappare il bambino che , irrequieto, dormendo ruzzolava fino ai bordi del letto. Poi, stanchi, si distesero vicini a parlare, dell’infanzia e delle guerre, dei sogni e delle delusioni, di tutto e di niente. Finché lui si addormentò sfinito, composto anche nel sonno, come un puledro dopo una lunga corsa ; o un grande gabbiano con le ali racchiuse, posato su di un barcone, appena dondolante e quieto, sotto la luna. La luna, che attraverso le persiane, lo sfiorava: appoggiato su di un fianco, le braccia incrociate sul petto, le lunghe gambe unite e leggermente flesse. (Immagine correlata) La luna, che tenne compagnia a Marina, nelle due ore che ancora le restavano per poterlo finalmente guardare non vista, per poterlo adorare in silenzio e toccarlo lievemente, con gli occhi spalancati, per non perdere neanche un attimo di quel meraviglioso stupore che l’aveva invasa. Lei, che per strada non avrebbe potuto fermarsi per parlare con lui, che non poteva dargli del “tu”, che poteva soltanto immaginarlo nell’intimità della sua vita quotidiana dalla quale era e sarebbe stata completamente estranea, forse per sempre. Sempre e mai….i termini che ossessionavano i giorni e le notti di Marina, sempre con lui nella mente e nel cuore, mai con lui nella tristezza o nella gioia, ché anzi, per una malvagia fatalità, ogni qualvolta ne aveva sentito maggiormente il bisogno, le era stato meno vicino. E ora,che per la prima e forse l’ultima volta, lo aveva tutto per sé, non-poteva davvero concepire di abbandonarsi al sonno, che pure le gravava sulle palpebre e sulle membra. xxxxx Intanto, dormendo, il bambino gli si era addossato ed ora gli stava quasi rannicchiato sul petto, ancora con il ciuccetto in bocca ed i piccoli pugni chiusi. Ma Fausto, ad un tratto, aprì gli occhi e, se pur con molta delicatezza, allontanò da sé il bambino. Per Marina, quel semplice gesto, assunse in quel momento un significato inequivocabile. “Mai! …Mai!… Non sarà mai nostro….non sarà mai con noi! Piccolo fiore mio,… piccolo sogno,…specchio dei miei sogni immensi !…” Ella piangeva silenziosamente, stringendosi il bambino sul cuore! Quindi si alzò a fatica e fu sotto la doccia fredda, per fugare lo spossamento ed i segni delle lacrime. (Immagine correlata) Si rinvoltò nel grande lenzuolo del bagno e, vista l’ora sul quadrante fosforescente della sveglia, volle destare Fausto, prima che il portiere venisse a bussare alla porta della camera. Appena lui la sentì vicina, l’attirò di nuovo a sé ; e fu lo splendore dell’alba, che non avevano mai vissuto insieme, ad entrare dentro di loro e a farli gemere, quasi una lama di vetro lucente, penetrata a fondo. Fumarono una sigaretta, dietro le imposte socchiuse, mentre la brezza che filtrava da fuori, faceva rabbrividire Marina, quasi vacillante.”Adesso l’alba si prenderà la mia anima, in questo commiato che potrebbe essere l’ultimo!” Pensava ella, silenziosa. Destarono il bambino, e lei lo mise nel lavabo, tenendolo in piedi; aveva il culetto roseo umido di sudore e fece pipì sul rubinetto, alzando una gambina, come i cuccioli del cane. Fausto rise, con quel suo riso morbido; e aiutò Marina a preparare le puppaiole. Quando scesero, Firenze ancora sonnecchiava, nella luce biancastra del mattino. Come sonnecchiavano ancora gli alberi dei viali periferici. Sulla via del ritorno, scelsero di passare dalla pineta di Viareggio. Sul viale dei tigli, i raggi del sole filtravano attraverso gli agugliori in tante , sottili, striscioline dorate per andare a posarsi sopra i loro volti un poco disfatti. “Vorrei che tu avessi conosciuto mio padre”Disse Marina farfugliando. L’emozione le legava di nuovo la lingua. “Ti avrebbe adorato!” Cercava disperatamente uno spunto per conversare, per gettare ancora un filo sottile e tenace che, in qualche modo, lasciando il discorso incompiuto, avesse potuto darle motivo di risentirlo e di rivederlo al più presto. “ Non so,…non credo di meritare qualcosa. Ma cerchiamo di non perdere tempo. Alle nove devo rientrare al lavoro!” (Immagine correlata) Alle nove, lei invece era già sul mare e si addormentò riversa sulla battima, vicino al bambino, finalmente tranquillo. Martina aveva il sole dappertutto e l’acqua del mare che le arrivava sciabordando fino ai fianchi, entrava in lei, nel suo grembo, rinfrescandola e rigenerandola. Ma l’onda, tornando indietro, un po’ per volta le sottraeva pure dalle viscere tutto quello che ella, magari, avrebbe voluto gelosamente conservarvi. xxxxx Da allora, nei lunghi anni che seguiranno, nell’alternarsi di brevi ore d’amore a vuoti giorni di disperazione, ogni qualvolta Martina avesse rivisto Fausto, avrebbe sempre, in qualche maniera, cercato di trattenerlo o di trattenere qualcosa di suo. Ma sempre, sopra di lei, sarebbe passata predace e spietata un’onda di ritorno. Alberta Rossana Bianchi |
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