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(1991) Una grazia tenera e flessuosa, come una spiga d’orzo maturo ondeggiante ai sospiri del vento e un sorriso sempre presente, tenue e dolce, allo zucchero d’orzo. Sabrina ha in sé, oltre alla forza e ai sani principi di stampo contadino, la morbidezza dei colli di Massarosa, la snellezza dei giunchi e dei falaschi di Massaciuccoli, una voce che ricorda lo stormire delle fronde degli olivi di Pieve a Elici. Ha il rosa tenue delle ninfee e negli occhi il colore dell’acqua palustre coperta dai lentischi. (Immagine correlata) Concreta ed evanescente ad un tempo, è un miscuglio di nuovo e di antico: quasi una stele granitica proiettata verso gli astri, legata ad un missile con fili di ragno. Questi fili non sono però sottili e delicati, pronti a spezzarsi ad ogni fremito d’aria. No! Sono spessi e materici, lucenti come il velluto e indistruttibili come l’acciaio; e hanno tutti i colori e le sfumature dell’iride. Escono dal ventre di un grosso ragno incantatore di nome Roberto, dal quale la Libellula-Sabrina è fortemente attratta, in una sorta di amore-paura. Ella rischia ad ogni attimo di invischiarsi al centro di queste robuste trame ed essere così preda della magia fagocitante del grosso insetto. La paura è di annullarsi, di venire inghiottita, di perdere la propria condizione di donna-libera-autonoma e pensante. I fili sono in agguato dappertutto: penzolano dai pali della luce, dai sostegni delle “bilance” da pesca, dai rami spogli dei fichi degli orti, dagli alberi dei barconi dondolanti sul lago. S’impigliano tra i remi e le canne dei fucili dei cacciatori di folaghe, alle travi di vecchi granai o di capannoni deserti. Ovunque è un appiglio, li vedi danzare nel vento, al suono di musiche udibili solo dalle orecchie più attente. Si uniscono e s’intrecciano in rondò o in tanghi appassionati, in minuetti o in lambade. E quando incontrano un ripiano di legno o di tela su cui poggiare, ecco che assumono forme geometriche, intervallate da spazi vuoti. Diventano parallele rotaie o irregolari labirinti; deserti screpolati o paesaggi lunari, risaie delimitate dagli argini erbosi, planimetre di paesi e città… Un mondo coloratissimo, dove la luce si stempera in piccole squame sul tipo del “divisionismo” francese o si riflette da superfici brillanti di acrilico. Il mondo di Sabrina, novella “Penelope” inquieta, che vorrebbe appendere a questi fili tutti i suoi pensieri e le sue emozioni, tutte le gioie e le angosce, alleggerite o appesantite dalla luce o dalle tenebre, dal tepore o dal gelo; scolorite dalla pioggia e dal troppo sole o ravvivate dalla rugiada e dalle brezze. (Immagine correlata) Una Penelope cosciente, nella faticosa ricerca cromatica, nel desiderio di pulizia e di nitore, dotata di una sorprendente manualità, di notevole fantasia e sensibilità squisita. Il vasto bagaglio culturale nel settore delle arti visive (Sabrina proviene dall’Accademia di Belle Arti di Firenze), arricchito da nozioni musicali e amore per le Lettere (il padre è insegnante, studioso e ricercatore in materie linguistiche e storiche) fa da supporto al lavoro di Sabrina, perfettamente calata tra la realtà e la fiaba. Tant’è che la pittrice-narratrice si è voluta cimentare pure in un documentario televisivo che ci aiutasse nella lettura del suo particolare e personale “linguaggio”. E si è inserita nel paesaggio campestre e lacustre, dapprima come una ninfa mitologica, quindi alla maniera dei contemporanei cultori di musica ed arte, sul tipo di Cindy Lauper, per intenderci, con guanti senza le dita e tamburello con veletta. Di un boa di struzzo color lillà, si è servita sia come elemento protettivo, sia come arma di seduzione. Ha amalgamato splendori e iridescenze di raso con l’azzurro del cielo e del lago di Massaciuccoli. Ma, dominante su tutta la narrazione, è l’andare di una barca con un nocchiero solitario, giovane e moderno “Caronte buono”, pronto a trasportare l’anima di Penelope-Sabrina in un “aldilà”fuori da questo tempo e da questo spazio, lontano dal “ragno Roberto”, dove la luce infinita si scompone in un ponte-arcobaleno verso la perfezione. Un’isola ideale, perennemente verde e azzurra, dove le ninfee siano sempre in fiore e i quadri di Sabrina, finalmente libera di muoversi a proprio agio tra i fili vellutati, possano penzolare sotto l’arcata dell’iride, roteando dolcemente intorno al proprio asse ed emettendo, magari, un dolce suono, tra la musica spaziale e il tintinnio di antiche campanelle cinesi. Alberta Rossana Bianchi Presentazione per la prima “MOSTRA PERSONALE” di Sabrina Tulliola Lugnani - c/o il Circolo “PabloPicasso” di Massa - in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Massa -Pubblicata sul catalogo :“Penelope” + FILAMENTI DALLO SPAZIO (Maggio 1991) |
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