SEMINERAI RUBINI

A DONATELLA SERNI


Fabio e Marta erano cresciuti insieme. Dalla scuola materna, erano abituati a vedersi quasi quotidianamente: lei con il fiocchetto appollaiato sulla testina bionda, lui con le cosciotte tonde, nude anche in pieno inverno e i pantaloncini tirati, perennemente scuciti alla tasche, dove teneva collezioni di sassi e conchiglie che estraeva ogni momento per mostrarle agli amici, ridendo dagli occhietti vispi e irrequieti, sotto un ciuffo di riccioli scuri.

Sui banchi delle elementari si erano scambiati ceffoni e merende, mentre nel crescere lui si assottigliava e lei si arrotondava, come se quello che l’uno perdeva andasse all’altra per compensazione.

Infine, giunta la pubertà, i ceffoni erano stati soppiantati definitivamente da merende sempre più abbondanti.
Mentre Fabio divorava sfilatini, i loro sguardi s’incrociavano; e lei sentiva un inteso bruciore sulle guance, proprio sotto gli occhi, divenuti più grandi e mansueti.

“Occhi di sabbia!” (diceva Fabio) Dove le piccole cose sprofondavano e si perdevano; quelle importanti, da osservare e meditare, vi si specchiavano a lungo.

Eh sì, lei era proprio così: un tipo che si lasciava andare nella riflessione, dimenticando magari che Fabio le stava raccontando una barzelletta o le aveva chiesto in prestito l’enciclopedia.

“Hai sempre la testa nelle nuvole!” S’infuriava lui e, per l’ira, i lobi delle orecchie gli divenivano tanto rossi da sembrare orecchini di rubino.
- “Tipo sanguigno!”- Rifletteva intanto lei , divertita da questo brusco richiamo alla realtà.

Così, tra briciole di pane e fogli di quaderno accartocciati, tra discussioni e affettuose strette di mano, sempre rapide e furtive, si erano fatti grandi.
Lei, alla domenica, metteva sulle labbra il “burro di cacao” e si sentiva mortificata perché i genitori non avevano voluto comperarle un paio di scarpette con il tacco alto, color rosa fucsia, che la osservavano altezzosamente irraggiungibili dalla vetrina dei VIGNALI, mentre passeggiava su e giù, a braccetto con le amiche, strusciando sul selciato gli zoccoli di “pelle lustra”.

Fabio, alto ed asciutto, partiva dopo pranzo con il sacco di tela penzolante dal braccio, per andare a giocare “al calcio” e la salutava con la mano dal finestrino della corriera, mentre il ciuffo sulla fronte si scompigliava nel vento.
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Quando giocava “in casa”, Marta andava al campo sportivo per fare il tifo e restava ai bordi del prato, appoggiata ai pioli posti a sostenere il retino di ferro che separava i giocatori dal pubblico, orgogliosa di avere al polso il nuovo cronometro dal quadrante nero che Fabio le lasciava in custodia.

Osservava soprattutto il compagno, che correva un po’curvo, per sembrare più basso, dato che gli altri giocatori erano sempre al di sotto della sua statura.
I capelli gli si arricciavano sulla nuca per il sudore e le gambe, magre e forti, scalpitavano come quelle di un puledro al nastro di partenza del Palio.

E, ogni tanto, Marta alzava lo sguardo al “Colletto”, che al di là del campo sportivo lussureggiava di ginestre e di mortella; e respirava con voluttà gli odori che arrivavano attraverso l’aria.
Muschio, fiori, erba e licheni, galleggiando sui vicini fossati del “padule”, stringevano trame verdi intorno ai giaggioli più azzurri del cielo ed alle ninfee, rosee come la pelle delle ragazze.

La felicità, quasi a portata di mano, rimbalzava contro il “Colletto” nel din-don delle campane del “vespro”, rotolando poi giù di corsa, dietro il pallone in movimento.


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Ma la felicità va sempre di corsa e guizza via come le anguille dei fossi e vola come le foglie, quando soffiano i vento d’autunno, fino a perdersi nella polvere, a nascondersi nel fango, o dietro un sasso, o giù, nelle crepe profonde della terra.

Marta ora riusciva ad afferrarla solo per brevi istanti; brevi quanto le fugaci strette di mano o un bacio sulle labbra, scambiato per “penitenza” nel gioco del “cascimbà”.

Al finire di un’estate, Fabio era partito.
Sbalzato via come il suo pallone, con il suo pallone, dietro ai suoi sogni di puledro, smanioso di prati più verdi e più vasti, come quelli della Maremma, che ingoiano i treni in un mare d’erba e di falaschi.
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Succede così che piccoli treni, partiti da qualche paesino simile a Massarosa, a volte non arrivino neppure a destinazione; e neppure tornino indietro, semplicemente e silenziosamente scomparsi tra la vegetazione di qualche acquitrino.

E Marta si era fatta donna senza Fabio, pagando giornalmente la propria vita, come tantissime altre ragazze che quotidianamente ridono e piangono, sempre alla ricerca di sassi o conchiglie da scambiare come il Fabio-bambino, nel tentativo di non farsi sopraffare da chi possiede invece mari e monti.

Però esistono, fortunatamente, cose che non richiedono scambi per essere possedute e danno uno scopo alla vita: Marta aveva degli affetti.

Tra questi, una bimba, figlia di vicini; una rosea, tonda, dolcissima bimba con lo sguardo da cerbiatta , la quale, ancora in fasce, aveva abbondantemente annaffiato a tutte le ore la pelle di Marta, facendo germogliare in lei fiori d’amore, candidi come quelli che adornavano gli orti di Massarosa in primavera..

La bimba, che Marta sentiva per tanti aspetti a lei somigliante, occupava un grande spazio nel suo cuore e nelle sue speranze, tanto che ella non poteva più concepire un futuro che non comprendesse anche la piccola.

Quando la osservava giocare con le stesse bambole che già avevano rallegrato la sua infanzia, il visino compunto e gli occhioni seri, si diceva quanto sarebbe stato bello averla come figlia. E si riprometteva di farsi tanti figli suoi, che desiderava in tutto simili a questa dolce e riflessiva bambina.

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Ma un giorno, un maledetto giorno d’inverno, quando il gelo ghiaccia l’acqua nei vasi appena annaffiati sul davanzale, quando i piedi scivolano nella “zanella”, dove le donne di campagna spazzano via l’acqua saponosa dopo aver lavato il pavimento di cotto della cucina …e l’acqua rimane lì, cristallizzata in una lastra opaca e bianchiccia, il cielo gridò.

E fu un grido così forte, così rauco, da scavare un solco nel cuore di Marta.
Un singhiozzo interruppe la radio a metà di una canzone d’amore e strappò le collane della “Raffaella”, la bambola antica con le gambe da ballerina e la vita sottile imbottita di paglia.

“La bimba è caduta!..Aiuto…la bimba è caduta!”
La bimba aveva gli occhioni chiusi e sembrava la bambola Raffaella, dimenticata sull’asfalto con una gamba stranamente ripiegata all’indietro.

“La bimba perde sangue!!…La bimba va all’ospedale!”
Il sangue della piccina, raro e prezioso, aveva lasciato sui gradini della casa di Marta tanti rubini di gelo che nessuno trovava il coraggio di raccogliere.

Marta fissava attonita i gradini, mentre le urla disperate dei genitori della bambina attiravano una folla sgomenta, fra centinaia di segni di croce.

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Marta non udiva e non vedeva più; gli orologi si erano fermati e la torretta del palazzo comunale emetteva un “tin” più fievole del verso di uno scricciolo o dello squittire di un criceto rimasto senza cibo.

Le prime, brutte notizie dall’ospedale, dicevano che occorreva sangue e che il sangue di quel gruppo non si trovava facilmente.
Si doveva fare con urgenza una nuova trasfusione per bloccare l’anemia della bambina.

Marta, disfatta, non poteva togliersi dalla mente quei rubini di sangue sulla soglia,
così rossi… di un rosso che il gelo aveva reso particolare…rossi.. come i lobi delle orecchie di Fabio….

Ma si,… Fabio aveva quella specie di sangue!
Un giorno era caduto dal motorino, destando tanta preoccupazione per un gonfiore infetto ad un ginocchio e, in quella occasione, gli avevano fatto tutte le analisi, compresa quella del gruppo sanguigno. Lui aveva anche scherzato, sul fatto di essere uno “zero” e per di più “negativo”!

Fabio…Fabio…E così tornava prepotente il bisogno di lui; quel bisogno che si era illusa fosse ormai scomparso ma che, i primi tempi dopo la sua partenza, l’aveva tenuta sveglia per molte ore di tante notti, con il fazzoletto bagnato di lacrime e
premuto contro il viso.

Ma Fabio…dov’era?
Le cartoline illustrate, le rare lettere, che mai avevano alleviato il senso di solitudine di Marta, erano in un cassetto. Località diverse, età diverse…

Marta frugava febbrilmente cercando di trovare il numero di telefono che Fabio le aveva comunicato, quando ancora desiderava di sentirla, ogni tanto, per raccontarle a viva voce i suoi successi di futuro campione.
Il numero di un suo compagno di squadra, che Marta non aveva mai trovato in casa.

Ma quel giorno, trattenuto forse dalla mano di un angelo, l’amico si fece trovare. Allora fu tutto un parlare concitato, un correre tra ospedale e telefono, un susseguirsi di disperazione e speranze, di ansie e di emozioni.

Ma si, Fabio si poteva rintracciare! Fabio c’era…era disponibile..sarebbe tornato… subito…apposta…dopo tanto tempo…per salvare la bimba,…
per salvare anche Marta!

E Marta pianse sulla cornetta nell’udire la voce quasi dimenticata e così diversa, che giungeva da molto lontano : dalle paludi del Po.

La felicità, questa volta, guizzava nel filo del telefono in migliaia di piccolissime anguille bianco-argento, simili a quelle che si pescano dal molo di Viareggio, lungo i bordi del Burlamacca, al lume delle “lampare”accese nella notte come tanti fuochi di speranza.

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L’attesa fu spasmodica e Marta non volle vedere Fabio che dopo, a donazione avvenuta, quando un lieve affluire di rosa alle labbra della sua”bambola”,
fece sperare davvero in una vittoria.

Dapprima non si parlarono; ci sarebbero state troppe cose da dire, da spiegare, ormai completamente annullate con l’annullarsi della distanza.

Però le mani si cercarono e rimasero unite, saldamente fuse , come mai era successo prima , da ragazzi, quando l’emozione faceva ritirare in fretta la mano di Marta, che si sentiva bruciare tutto dentro.
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Poi , spinti da un comando silenzioso, percepibile solo attraverso il magico contatto delle loro palme, si diressero piano piano, a testa bassa, verso il campo sportivo.

Il sole si era alzato da poco e la “via del porto”, aveva i bordi ricoperti di brina, che brillava sulle foglie di buraggine e sui fili di fieno marciti, come le parures di diamanti nelle vetrine di Cartier.

Trovarono un barchino da caccia, che si dondolava in un fosso dietro la casa dello “Spagnesi” e vi sedettero precariamente, l’uno di fronte all’altra…….


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E tu, che reprimi la voglia di fuggire,
cogli nel cavo della tua mano intatta
i rubini caduti dalle piaghe
e vai a spargerli là
dove si raggelano smorfie,
dove si spenge un fuoco.
Aprirai gemme al rovo,
seminerai papaveri d’amore.


Alberta Rossana Bianchi

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Scritto per l’associazione dei “donatori di sangue” di Massarosa ( AVIS) e pubblicato in un “Numero unico” della medesima associazione nel 1982

Su www.albertarossana.com troverai informazioni su guerre in Iraq. e forte dei marmi.
Si parla inoltre di pittori.

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